Omaggio ad “Alda Merini”

Quelle come me

Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive.
Quelle come me donano l’Anima,
perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto.
Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi,
pur correndo il rischio di cadere a loro volta.
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.
Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano,
tentano d’insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo.
Quelle come me quando amano, amano per sempre.
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita.
Quelle come me inseguono un sogno
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero.
Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima.
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo.
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime.
Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla.
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio,
non riceveranno altro che briciole.
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza.
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero.
Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…

Alda Merini

 

Gli amici “poeti” mi perdoneranno, ma non sono un gran fruitore di tale genere artistico, benché ne apprezzi il valore. Per puro caso, però, mi è capitata sottocchio questa poesia di Alda Merini, “Quelle come me”, e per alcuni giorni mi sono trovato a riflettere sul messaggio che contiene. Un semplice messaggio, tutto sommato, esplicito e chiaro, non celato dentro incomprensibili virtuosismi poetici. Dopo averla letta, mi sono ritrovato a dire che “il Re è nudo”, parafrasando il famoso detto della favola danese di Andersen, dove viene denunciata una cosa ovvia a tutti, ma di cui gli uomini non fanno parola.

Ho riflettuto attentamente, sia come persona, avendo il componimento messo in luce un lato che possiamo definire tabù, sia come uomo, subendo anche lo stimolo ad un processo di identificazione di genere, a cui ha fatto seguito una sorta di comunione affettiva, un sentimento di comprensione ed empatia per l’Autrice e per “quelle come lei”.

Ebbene sì, “il Re è nudo!” Lo so! Lo so io, così come lo sanno gli altri uomini. Tutti. Nessuno escluso! E non c’era necessità di estrapolare tale consapevolezza dalla pur bella poesia della Merini. Sappiamo bene, noi maschietti, che in un’ipotetica seconda vita incontreremmo di nuovo, prima o poi, e con certezza, una o più donne “come te”, a cui “spezzare il cuore”. La potremo incontrare in una moglie, o in una fidanzata, oppure in un’amante, o forse in una figlia o in un’amica, ma la incontreremo. E, perché no, anche nella madre, nella zia o nella nonna. Questo, lo sappiamo bene, anche se non vogliamo ammetterlo. Lo sappiamo perché è ciò che ci è accaduto nella vita vissuta -la prima e l’ultima-. Lo sappiamo perché, nonostante tutto, noi uomini sappiamo essere anche sensibili e intelligenti, forse leggermente “naif” e, come tali, assomigliamo a piccole ed immature creature che spesso desiderano le cose, senza per questo accettarne le conseguenze.

Purtroppo, devo dire, forse per natura, superficialità e sciocca ambizione, non riusciamo mai a cogliere il momento per dire “Ho capito, eccomi qua!” Mai, comunque, al tempo giusto e con la giusta convinzione, distratti perennemente da una certa forma di egoismo narcisista. Poi, però, con la coda tra le gambe, torniamo da “quelle come te”, eccome se torniamo! Ma spesso è tardi, e “quelle come te” non ci sono più. Loro, “quelle come te”, guardano avanti, mentre noi non vediamo oltre il nostro naso. Riconosciamolo, noi uomini/bambini siamo così! Non sappiamo resistere all’accattivante richiamo della giostra che gira turbinosa, a quel caleidoscopio di luci, a quel suono effimero che promette gioie, piaceri, conferme ed esaltazione, a quella magica dimensione infantile nella quale è possibile ottenere tutto, basta solo volerlo!

Dovremmo farci legare all’albero maestro della nave, e tapparci le orecchie con la cera, così come fece Ulisse per non cadere vittima della pazzia causata dal canto sublime delle Sirene. Ma questa è solo stupida mitologia, la vita reale è ben altro! Allora non ci rimane che salire sopra quel magico carosello, colmi d’entusiasmo e convinzione, ma del tutto dimentichi del fatto che “quelle come te” sono sempre dieci, cento, mille pensieri avanti a noi. Ci accomodiamo, pronti a farci trasportare dalla magica giostra, speranzosi ed illusi che nulla al mondo possa offrirci ciò che ci riserverà un’esperienza fantasmagorica sul “bruco-mela”. Nonostante tutto però, giro dopo giro, prendiamo coscienza dell’auto-illusione, della monotona ripetitività di un presunto originale cambiamento, sull’altare del quale rischiamo di bruciare ogni cosa. Ma sappiamo già anche questo, pur se facciamo finta di cadere dalle nuvole. Poi, leggermente stufi e nauseati di questo sterile affaccendarsi in circolo, ci accorgiamo pure di tornare sempre al solito punto, quello di partenza, completando naturalmente e per definizione, quella mal interpretata “rivoluzione” che avremmo voluto donare alla nostra vita.

“Quella giostra non era granché!”, pensiamo, mentre intanto la Vita ci sfugge come sabbia dalle mani e, con la vita, anche “quelle come te”. Come bambini delusi, piangiamo lacrime di paura, non di dispiacere. Anzi, più che di paura, direi di terrore! Quello di aver forse perso “una come te”, che ci ha regalato “sogni e anima”. Che ci ha “aiutato” nei momenti difficili. Che ci ha insegnato con pazienza “a non sopravvivere”. Che voleva essere amata “solo per quello che era”. Che da noi ha ricevuto sempre e solo “briciole”. Che ci ha “amato davvero”, e che di certo e segretamente “rimpiangeremo”. 

Molti di coloro che stanno leggendo queste righe probabilmente condivideranno, molti altri storceranno la bocca, non riconoscendosi portatori della “Sindrome di Peter Pan”, altri continueranno a negare l’evidenza. Forse ha ragione la Merini, quando scrive di “autunno della vita” come momento di presa di coscienza. Forse è tardi. Anzi, senza forse! Ma questo periodo arriva per tutti, indipendentemente da ciò che abbiamo fatto durante la nostra vita, e solo a tale punto guardiamo la realtà e, per i più fortunati, solo rimanendo sconcertati di quanto avvenuto in passato. Ci rendiamo conto che avremmo dovuto guardare avanti, anziché farci venire il torcicollo per (ri)vivere le tappe di una vita già passata. Realisticamente, credo che nulla possa modificare in futuro il “modus vivendi” degli uomini/bambini. Almeno, allora, ammettiamo candidamente che il “bruco-mela” ha il suo fascino indiscutibile a cui era quasi impossibile rinunciare!

Già questa sarebbe una dimostrazione di crescita per ogni bambino in un corpo da uomo.

4 pensieri riguardo “Omaggio ad “Alda Merini”

  1. Bellissima poesia e bellissima riflessione. Complimenti. vorrei trovare altro di interessante e intelligente da aggiungere ma secondo me hai già detto tutto tu alla perfezione. Grazie per aver scelto proprio questa poesia che da tempo non avevo avuto occasione di incontrare.

    1. Grazie Francesca per le tue belle parole. Non mi era mai accaduto che una poesia mi suscitasse tale e tanta emozione, perciò ho voluto contraccambiare umilmente con la mia riflessione.

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