Gli ultimi giorni di Naavah – di Cecilia Pulcinelli

Gli ultimi giorni di Naavah

di Cecilia Pulcinelli

 

I quattro Cieli di Naavah regolano la vita sul pianeta e ciascuno di essi possiede una qualità specifica dell’Energia che lega ogni cosa, conferendo agli abitanti particolari poteri. Dopo millenni di guerre, secoli di tumulti e instabilità, finalmente Naavah è in pace. I governi continentali dialogano fra loro, l’economia è fiorente e la vita scorre prospera e serena. Inaspettatamente, viene annunciata una serie di crimini cruenti, accomunati dall’apparizione di un misterioso simbolo. Moira, una giovane Allieva con poteri straordinari, è convinta che dietro quei crimini possa celarsi una sinistra minaccia. La ragazza e il suo Maestro intraprendono le indagini con l’obiettivo di convincere il governo che il benessere di Navaah è in pericolo. Ben presto l’apparente tranquillità che regna su Naavah cade a pezzi e molti, oscuri segreti vengono a galla. L’indagine è frenetica, disperata. La guerra è silenziosa e il nemico invisibile: in gioco c’è la salvezza di un intero pianeta.

 

Autore: Cecilia Pulcinelli
Titolo: Gli ultimi giorni di Naavah
Genere: Narrativa per ragazzi
Pagine: 388
Edito da: BookTribu
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ANTEPRIMA

“Naavah, il mondo. Un pianeta perfettamente sferico incastonato fra quattro Cieli.

Il Cielo dei Mortali, il più vicino alla superficie del pianeta; il Cielo della Memoria subito dopo; il Cielo dell’Avvenire e in ultimo, il più distante dal suolo, il Cielo dell’Energia. L’Energia che lega tutto, l’Energia che compenetra tutto ciò che esiste e gli uomini stessi, separando i loro Cieli dal Grande Cielo del Creatore, il Fattore Primo dell’esistenza.
Grazie al costante moto dei cieli si definivano il giorno e la notte: la prima rotazione attorno a Naavah fu il giorno e la seconda la notte. Ogni rotazione alternava la luce al buio. Il giorno era bianco e lattiginoso, rifletteva la luce dell’Energia, bianca e pura. La notte era nera e densa, con una lieve sfumatura violacea dovuta al riflesso inverso dell’Energia.

In principio il Creatore mise su Naavah quattro uomini: Ankal, Chay, Maza e Boros, e due donne: Kadin e Kona. Se volevano assicurarsi una discendenza i quattro uomini avrebbero dovuto lottare per conquistare le due donne. Dopo tre giorni di sanguinosa lotta, Ankal e Maza ebbero la meglio e il Creatore promise che le anime dei due perdenti si sarebbero reincarnate nei primogeniti delle due coppie.
I Padri piantarono dunque una grossa pietra e vi incisero i loro nomi, al che la terra tremò e si scisse in tre grandi Paesi, uno centrale, quello dove erano i Padri e la loro testimonianza, uno occidentale, piatto e arido, e uno orientale, stretto e rigoglioso.
I Padri iniziarono a costruire sul mondo e a popolarlo con i loro figli, decidendo che, chi avrebbe avuto maggiore prole, avrebbe governato su Naavah. Kadin e Ankal ebbero sei figli, tre maschi e tre femmine. Nell’anima del primo, Ina, era sepolta una delle anime perdenti e così suo padre gli impedì di prendere il suo posto come sovrano di Naavah.
Dan, il secondogenito, divenne invece Re degli uomini alla morte del padre.
Kona e Maza ebbero solo tre figli, un maschio e due femmine. Le due femmine andarono in spose ai figli di Kadin e Ankal. Il loro primogenito, invece, si chiamava Srota e un mattino udì la voce del Creatore”.

Dal Libro delle Scritture, Primo Capitolo; Frammento.

“La prima è la stagione asciutta o stagione Rossa, quando tutti i Cieli voltano in senso orario e non una goccia di pioggia cade sul mondo.

Blu è la seconda, la stagione ventosa, quando tutti i Cieli volgono nel senso opposto e i venti diventano sempre più freddi fino a portare, in coincidenza con l’inizio della terza stagione, quella Verde delle piogge, la neve su Naavah.
La quarta è Rosa, stagione della fioritura, quando i cieli scambiano la rotazione e tutto fiorisce prima di morire asfissiato dal caldo della stagione Rossa.
I cicli, di dodici giorni, restarono dai tempi dei primi uomini sempre nella stessa disposizione, sei per la stagione Rossa e per la stagione Verde, sette per la stagione Rosa e per la stagione Blu. Così, ogni anno, divenne un lungo lasso di tempo di quattro stagioni, ventisei cicli, trecentododici giorni”.

Dal Libro delle Scritture, Primo Capitolo; Frammento.

Prologo

Songlay, Istmo Orientale. Anno 3725, sesto giorno del ciclo, quarto ciclo della stagione Verde.

La pioggia scrosciava sulle larghe e piatte foglie degli alberi. Le paludi di Songlay erano nel periodo della piena, i coccodrilli e i serpenti prosperavano ritemprati dalla stagione delle piogge. Le strade della città erano state coperte dalle tettoie trasparenti che ogni anno permettevano a tutti di continuare a vivere anche durante le incessanti precipitazioni della stagione Verde.

Ormai l’aria era calda e appiccicosa, gli ultimi residui dei venti avevano smesso di soffiare da due cicli abbondanti e il cielo era fermo e coperto da nuvole pesanti.

Bonnie era seduta sul divano verdone, con le finestre chiuse in modo da tenere fuori il caldo. Il ventilatore sul soffitto smuoveva l’aria rendendola meno statica e soffocante. Le nubi iniziavano a tingersi di un blu smorto, era quasi sera, Arney doveva essere sulla via di casa ormai. Bonnie lanciò uno sguardo a Kei seduto contro lo stipite di legno della porta del corridoio, presto avrebbe compiuto quattro anni, il tempo passava davvero in fretta. Kei alzò lo sguardo verso sua madre e le sorrise con i grandi occhi scuri, poi tornò a concentrarsi sulla sua barchetta di plastica. Tutto a un tratto il ventilatore smise di girare e Bonnie sospirò affranta, era la seconda volta in tre giorni. Si alzò e andò in cucina, in cerca della borsa. Doveva contattare il tecnico, di nuovo.

«Ma dove diavolo l’ho messa?» mormorò cercando in ogni angolo della casa.

Dentro la borsa c’era il ricevitore, senza il quale non poteva contattare proprio nessuno. Dopo un’attenta perlustrazione realizzò di aver lasciato la borsa al piano di sotto, nel negozio.
Non poteva aspettare che tornasse Arney, se si fosse fatto troppo tardi non le avrebbe risposto nessuno dall’officina. Così controllò che tutte le finestre fossero ben chiuse e si infilò i sandali.

«Kei, torno in un minuto» disse accertandosi che suo figlio capisse la situazione.

Si chiuse la porta alle spalle e girò la chiave nella toppa, poi scese le scale fino al negozio. Il fresco dei frigoriferi le fece scorrere un brivido lungo la schiena. Bonnie si avvicinò alla cassa e trovò la borsa, appesa alla sedia girevole, la prese e controllò che ci fosse il ricevitore, lo prese e lo infilò al polso. Tirò su uno dei cartelli della frutta che stava per cadere poi uscì dal retro, chiuse a chiave e tornò di sopra. Aprì la porta di casa, sfilò le chiavi e spinse la porta. Quando entrò Kei non era accanto alla colonna. La sua barchetta giaceva abbandonata sul pavimento di legno.

«Kei?» chiamò affacciandosi in cucina: «Kei?»

Passò in rassegna tutta la casa, ma non riuscì a trovare il figlio. Entrò immediatamente nel panico, digitò il numero della vigilanza sul ricevitore e comparve sul piccolo schermo rotondo l’immagine azzurrina dello sceriffo.

«Sceriffo dovete correre, mio figlio di tre anni è sparito!» disse agitata.
«Arriviamo signora, non tocchi niente, si sieda e aspetti, arriviamo».

Aspettò per un tempo che parve interminabile finché finalmente il campanello suonò. Alla porta c’erano due agenti semplici e lo sceriffo Snuffy Winter, amico di lunga data di Bonnie.

«Snuffy ti prego devi aiutarmi» disse con gli occhi pieni di lacrime.
«Non hai toccato nulla vero?» chiese lo sceriffo.
«No, niente contaminazione di prove puoi starne certo. Ma non capisco come possa essere successo».
«Diamo un’occhiata e cerchiamo di capire».
«Mi sono allontanata solo cinque minuti» una lacrima scese sul viso di Bonnie.
«Hei… Bonnie, risolveremo tutto te lo prometto».

Gli agenti perlustrarono la casa, controllarono le serrature delle finestre e cercarono tracce di impronte.
Lo sceriffo fece le domande di rito a Bonnie: se avesse chiuso a chiave la porta, se ne era sicura, se si era allontanata davvero per così poco, se le finestre fossero tutte chiuse.
Andarono avanti fino a che il cielo non si tinse di viola scuro e iniziò a virare verso il nero. Bonnie preparò una tazza di tè per lei sé e lo sceriffo, mentre i due agenti parlavano fitto fitto fra loro continuando a rivoltare la casa come un calzino. Poco dopo la porta si aprì e Arney entrò posando a terra la cartella di tela.

«Mamma scusa il ritardo ma la maestra ha…» la bambina guardò preoccupata gli agenti e lo sceriffo, poi vide sua madre con gli occhi gonfi e tristi: «Mamma che succede?» chiese Arney correndo verso Bonnie.

Spiegarle l’accaduto fu più complicato del previsto, in fondo aveva solo otto anni ed era spaventata dalle parole di sua madre e dello sceriffo.

«Non devi avere paura piccola» disse Snuffy sorridendo.

Arney guardò incerta verso sua madre.

«Lo sceriffo ha ragione, tutto si risolverà in poco tempo e ci dimenticheremo di questa brutta storia».

 

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