Obsession – di Ilaria Bonelli

Obsession

di Ilaria Bonelli

 

Eva Green Stephenson sembra una normale trentaquattrenne, la cui realtà è improvvisamente sconvolta da un attentato alla vita del marito, Clayton. La polizia indaga sul crimine, consapevole che la coppia nasconde un’intricata serie di inconfessabili e terribili segreti. Tra ricordi e menzogne, si ricostruisce la storia di un amore che va oltre i confini della razionalità e mette Eva di fronte a scelte pericolose in nome dell’uomo che è tutta la sua esistenza. Una storia di desiderio e di passione in cui si racconta il coraggio di una donna che decide di spingersi fino alle estreme conseguenze.

 

Autore: Ilaria Bonelli
Titolo: Obsession
Genere: Narrativa Contemporanea
Pagine: 240
Edito da: BookTribu
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ANTEPRIMA

Mi guardo le mani dalle unghie smaltate di nero. La mia fede nuziale è in bella vista, eppure i due detective non mi chiamano col cognome di mio marito. Mi sto innervosendo.

«Miss Green…» dice il detective a destra. È leggermente sovrappeso, i baffi non gli donano e i suoi occhi sono troppo piccoli, scuri, come quelli di un ratto.
«Mrs. Stephenson» lo correggo subito, perché è quello il mio cognome da molti anni oramai.
«Mrs. Stephenson» concede lo sbirro. Non è per niente felice di essere lì, ma non lo sono neanche io. Mio marito è in ospedale con un proiettile in corpo, non è in pericolo di vita e devo sforzarmi di dare delle buone risposte agli sbirri. «Quando qualcuno attenta alla vita di un uomo come suo marito c’è sempre qualcosa sotto».

Mi sporgo in avanti verso il detective che mi fa le domande. L’altro non ha detto nulla da quando sono nel suo ufficio. Si chiama Tyler, o almeno quello è il nome sulla scrivania. Lui invece si chiama James. Credo sia il suo cognome. «Qualcosa…» ripeto, quasi tra me e me. Non so rispondere, perché non è una domanda. Ma so che non dovrei essere lì.

«Miss… Mrs. Stephenson» anche Tyler apre bocca. La sua voce è rude come tutto il resto di lui, dalla barba non curata ai calli sulle mani. «È qui per aiutarci?» sembra arrabbiato.
«Aiutarvi a fare che, esattamente?» chiedo. Se lui è arrabbiato, io sono spazientita a dire poco. «Volete chiedermi se Clay ha dei nemici che lo vogliono morto?»
«Sarebbe un inizio» conviene Tyler. Secondo lui io non intendo collaborare. La verità è che non mi ha ancora chiesto nulla. Non posso interrogarmi da sola.

James interviene a calmare il collega che sta perdendo la pazienza. «Calmati, Tyler. Siamo tutti nervosi, Mrs. Stephenson, vogliamo solo cercare di capire se lei sa qualcosa».
«Riguardo a che?» sbotto. Sono stufa di domande banali. «Quello che so è che hanno sparato a mio marito e anziché andare in ospedale da lui sono venuta qui di mia spontanea volontà sperando che aveste qualcosa di utile da dirmi, ma non sembra così, quindi…» mi alzo. Sono pronta ad andarmene. Clay ha sicuramente bisogno di me.
«No, Mrs. Stephenson!» mi ferma James. «La prego, si sieda. Saremo brevi» promette.

Non lo credo affatto. Torno a sedermi e incrocio le braccia sotto al seno.

«Deve capire che…»

Tyler interrompe il suo collega e si mette a urlare. «Deve capire che suo marito fa parte della peggior feccia criminale di Atlanta e quando sparano a uno come lui vuol dire che i suoi loschi traffici nascondono qualcosa di ancora più losco».

Questa è un’accusa bella e buona. E non mi sorprende, anche se fingo di essere indignata. Un po’ lo sono davvero. «Di cosa mi sta accusando esattamente?» sibilo.

«Non faccia questi giochetti con me» ribatte. Sembra un tipo che perde il controllo abbastanza in fretta. È una sfortuna che mi sia toccato proprio lui perché so essere davvero odiosa.

Di nuovo James prova a frenare la lingua velenosa dell’altro detective, ma non ci riesce.
Anzi peggiora la situazione. «Sta’ zitto, James! Non vedi che questa donna ti sta ammaliando coi suoi sorrisetti e le sue tette in vista? Non farti incantare perché è la moglie di Clayton Stephenson e sappiamo tutti che cosa vuol dire!» sbraita, senza controllo.

Intreccio le mani sulla scrivania ingombra di scartoffie. «Cosa vuol dire?» chiedo. Se prima ero solo nervosa, adesso sono furiosa. Non permetto a nessuno di offendere me, né tanto meno Clayton.

Tyler resta per un attimo con la bocca aperta, senza dire niente. La sua freddezza da sbirro si incrina lievemente sotto il mio sguardo di fuoco.

«Allora?» insisto. Non voglio arrivare al punto di chiamare un avvocato, perché significherebbe che ho qualcosa da nascondere. E, purtroppo, è così.
«Non girano belle voci su Clayton Stephenson…» da quelle poche parole emerge una vibrazione elettrica tipica di chi ha paura. Tyler sa che sta giocando col fuoco. E il fuoco non sono io, ma Clayton. Anche da chilometri di distanza, in una sala operatoria, riesce a far cagare sotto i tipi più tosti. Negli anni ho visto di tutto. I suoi occhi di ghiaccio hanno fatto tremare le voci più autoritarie, piegare le ginocchia dei più potenti.
«Non dia retta alle voci, detective» gli dico. Non basta a convincerlo. In tutto lo Stato della Georgia Clayton è famoso. E non nel senso buono.
«Sono troppe per ignorarle» interviene James, più pacato del suo collega. «Mrs. Stephenson, intendo chiarire immediatamente che non la stiamo accusando di nulla. Stiamo solo facendo il nostro lavoro e dobbiamo trovare l’uomo che ha sparato a suo marito e fargliela pagare».

Il fatto è che non mi fido degli sbirri. Clay mi ha insegnato a dubitare di loro. L’unico di cui mi fido è mio marito. Senza contare che l’uomo che gli ha sparato è probabilmente già morto. Ma non posso dirlo, non posso giustificare una tale osservazione, quindi la tengo per me. Devo indossare la mia maschera, quella che mi fa sembrare la donna di trentaquattro anni che è cresciuta in un posto sperduto e ha avuto la fortuna di sposare un uomo ricco. Sembro innocente, sembro innocua con quella maschera. Mi sforzo di far sparire l’ira dai miei occhi verdi e rilasso i muscoli delle spalle. In quell’ufficio fa maledettamente caldo. È agosto. Ad Atlanta il clima è torrido, mi fa soffocare. «Posso avere un bicchiere d’acqua?» chiedo.

Vengo accontentata immediatamente dal detective James. Tyler non sembra disposto a darmi niente.

L’acqua non è fresca come mi sarebbe piaciuta, ma non posso lamentarmi. «Non so chi ha sparato a mio marito». La preoccupazione che ho per lui mi serra un nodo allo stomaco. Non è difficile apparire preoccupata perché lo sono veramente. Voglio Clay. I medici con cui ho parlato poco prima al telefono mi hanno assicurato che nessun organo è stato compromesso. Il proiettile ha trapassato mio marito da parte a parte, nel fianco sinistro. Non è in pericolo di vita, ma voglio comunque vederlo.

«Dov’era lei quando è successo?» mi chiede sempre James. È meglio che Tyler stia zitto. Meglio per lui.
Non esito a rispondere. «Ero a casa».

Hanno sparato a Clay nel giardino sul retro.

«C’è qualcuno che può confermarlo?» Tyler parla di nuovo, tagliente. Non cerca nemmeno di nascondere che vuole accusarmi di qualcosa.
«Certo» do i nomi di due delle nostre guardie del corpo. Clay li chiama semplicemente amici ma li paga per proteggerci.

James appunta tutto su un quadernetto.

«Nella vostra immensa villa ci sarà sicuramente un sistema di videosorveglianza» riprende Tyler.

Il modo in cui si rivolge a me non lo sopporto. È geloso della casa in cui viviamo? Probabilmente sì. In molti lo sono, ma lui è uno sbirro e non dovrebbe palesarlo. Se continua a fare lo stronzo, pretenderò che venga allontanato. «Certo che c’è» convengo. «Ma le telecamere riprendono solamente la nostra proprietà. Chiunque ha sparato a mio marito ha badato bene di restare fuori dal perimetro sorvegliato» spiego. Ho controllato personalmente il video e ho visto da dove è partito il proiettile. Nel giardino sul retro c’è la piscina e Clay ama nuotare, nuota ogni giorno. Per chiunque lo conosce bene non è difficile imparare le sue abitudini. Sono abitudinaria anche io e non ho mai pensato che sia una cosa pericolosa, ma mi sto ricredendo. Temo che chi ha attentato alla vita di Clay sia una persona a noi vicina. Tengo quel pensiero per me.

«La squadra della scientifica sta analizzando la zona da cui è partito il colpo» mi spiega James. «L’attentatore si è appostato tra i roseti al di fuori del recinto».

Certo, lo so. Ero stata io a volere i cespugli di rose tutt’intorno al perimetro perché il recinto è antiestetico e dà l’impressione di essere segregati, come in prigione. Adesso mi pento dell’idea.

Comunque i due sbirri si convincono che non sto mentendo, perché le informazioni che do loro coincidono con quelle che già hanno. Non posso ancora mentire, non su cose così banali. Devo risultare credibile fin dall’inizio perché Tyler ha già deciso di volermi accusare e non posso dargliene motivo. Se davvero si mettono a scavare nella mia vita, scoprono segreti che devono restare nell’ombra. Ecco perché mi sto sforzando di essere credibile e addirittura cordiale.

«Avete dei cani da guardia?» continua James.
Annuisco. «Sì, quattro pastori tedeschi addestrati».

James, chino sul suo quaderno, si gratta la fronte stempiata con la penna. «È quindi possibile che l’aggressore sia stato spaventato dai cani» conclude, quasi sovrappensiero.

«Non spaventato a dovere…» sospiro. Non sono arrabbiata coi cani, ma mi è impossibile non pensare che, se avessero fatto bene il loro lavoro, adesso Clay non sarebbe in ospedale.
«Ma il proiettile non ha leso alcun organo vitale» ricorda James.
«Sicuramente chi ha sparato voleva ucciderlo» interviene Tyler. Sono stufa della sua ostilità e del suo tono tagliente.

Tuttavia non posso dargli torto. Nessuno è così stupido da sparare a Clay senza l’intenzione di ucciderlo. Se, appunto, l’aggressore è ancora vivo, non lo sarà per molto. Gli uomini di Clay sono già sulle sue tracce, ne sono sicura. Ma non posso dirlo ad alta voce e a stento trattengo un malefico sorriso. «Forse avete ragione» dico invece, assumendo di nuovo l’aria di chi è quasi rimasta vedova. So bene che un giorno Clay troverà qualcuno più grosso e più cattivo di lui e farà una brutta fine. «Ammettiamo quindi che sia stato fortunato…» concedo. È difficile dirlo, però è vero.

Tyler si lascia sfuggire una mezza risatina. «Fortunato, sì».
Lo guardo con ostilità. «Se ha qualcosa da dire, detective Tyler, lo dica e basta».
James squadra il collega con astio. Tra i due non scorre buon sangue, si vede. «Ha ragione, stai facendo lo stronzo» conviene.

Cambio la mia opinione sul detective James.

«Certo che ho qualcosa da dire» sbotta Tyler. È in piedi davanti a me, con la sola scrivania che ci separa, allunga le mani nella mia direzione e le appoggia sulla superficie. «Suo marito avrebbe dovuto presentarsi in tribunale il mese prossimo e il giudice che aveva in carico la sentenza è morto» quasi urla. «Lei ne sa qualcosa?»

Finalmente ha detto ciò che pensa. Non sono felice che abbia tirato in ballo questo argomento ma adesso forse si calma.

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