Incontri quasi per caso – di Chiara Pellicoro De Candia

Incontri quasi per caso

di Chiara Pellicoro De Candia

 

Quando nel 1914 E.L. Masters scrisse l’Antologia di Spoon River, mai avrebbe immaginato che quasi un secolo dopo uno scrittore – al quale il padre aveva imposto il nome del poeta americano – ispirato ma quasi obbligato, spinto da un potente impulso, avrebbe deciso di emularne l’idea: raccontare storie di gente qualunque.
Per farlo parte per un non-viaggio in treno: da Torino a Palermo, lungo tutto lo stivale per raccogliere dai suoi occasionali compagni di viaggio le loro vicende. Questa volta a parlare saranno persone vive, con i loro drammi, le loro gioie e i loro difetti: particolari ma, come in Spoon River, universali.
Tra tutte, la storia principale che racconta è proprio la sua: il suo modo di essere e di pensare, i suoi vizi e le sue debolezze, il suo feroce cinismo che non è arretrato nemmeno davanti alla scoperta dell’esistenza di un figlio…

 

Autore: Chiara Pellicoro De Candia
Titolo: Incontri quasi per caso
Genere: Narrativa Contemporanea
Pagine: 452
Edito da: Bookabook
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ANTEPRIMA

Il manoscritto  

Succede.
Ti alzi una mattina con una pazza voglia di non fare nulla. Ti guardi in giro e già senti che la voglia pazza di non fare nulla comprende anche la certezza che non farai alcuno sforzo, di nessun genere. Quindi di uscire nemmeno a pensarci. Il gesto meno faticoso a cui riesci a pensare è quello di aprire il cassetto della scrivania. È da un po’ che ci pensi, ma una ritrosia dell’anima ti ha fermato.

Cincischi, giri fogli, vecchi biglietti di teatro – hai passato una vita a scrivere per il teatro – ed è lì: proprio sotto la busta gialla, quella con la foto dell’ultimo inchino della compagnia, quella che tanto successo aveva riscosso con la pièce più famosa.

L’avevo nascosto lì il manoscritto originale che non avevo ancora avuto cuore di leggere. Paura di conoscerti, forse? In fondo cosa sapevo di te? Giusto quello che il tuo amico mi aveva raccontato. Quindi cosa nascondeva il manoscritto? Nessuno lo sapeva, nessuno lo aveva letto. Qualcuno – ma non ricordo chi – mi aveva accennato a un progetto di cui avevi parlato. Un’idea che aveva a che fare con il racconto di storie di gente qualunque, di gente che non finisce sui giornali. Certo, non ne ha il fascino né la forza. Insomma il tuo esatto contrario. E che l’idea aveva a che fare con l’Antologia di Spoon River. Forse l’omonimia con l’autore ti aveva acceso la fantasia? Ma aveva a che fare anche con un treno. Il treno della vita? Perché sui treni la vita scorre e non è parallela ai binari percorsi ma vi cammina sopra, si nutre di quel tempo che collega una stazione all’altra, sale e scende come i viaggiatori casuali: figure messe lì da un destino già scritto, da un dio qualsiasi che gioca a dadi e gli esce sempre il sei – sempre il numero vincente – o semplicemente dagli ingranaggi a volte arrugginiti che un giorno cominciano a girare al contrario.

Ne hai avuti di ingranaggi che prima sono arrugginiti e poi hanno cominciato a girare al contrario. L’ispirazione, per dirne una. A un certo punto, di punto in bianco – e non è un modo di dire – ti ha abbandonato. Come un amante che non ti ama più o che ha trovato un nuovo amore e non ha saputo darti la giusta precedenza. Eri famoso, ti chiamavano anche in televisione a mettere su programmi di rivoluzione culturale. E tu ci andavi, quasi impregnato dalla tua aura di immortalità. Ma quando la tua musa ti ha lasciato non avevi più idee, non avevi più entusiasmo. Con una bottiglia in una mano e un bicchiere nell’altra, sedevi al buio. Altro ti girava per la testa.

Quella donna – per esempio – che ti aveva scritto la lettera; ti aveva scritto che avevi un figlio e non ti allegava foto. Ma quando e perché l’avresti conosciuta? Non lo sapevi, non lo ricordavi. Pensavi che quello era il prezzo della celebrità e dovevi pagarlo, perché fino ad allora tutto ti era arrivato gratis. Ti immagino – perché non posso fare altro – mentre la bottiglia perde di peso e la tua testa riprende a girare alla ricerca di un volto, di una situazione, di un qualche frammento di vita che si illumini all’improvviso, che si alzi in piedi come uno scolaro modello e ti scriva alla lavagna nome e cognome del tuo delirio. Ma niente, non succedeva niente, la tua testa era solo vuota di immagini e piena di alcol. La seconda bottiglia a portata di mano, ma il sonno finalmente si è concesso e hai sognato.

C’è una donna – su una spiaggia – che sta guardando verso il mare: il braccio piegato per coprire con la mano gli occhi dal riverbero del sole sulle onde piatte. Sta aspettando qualcuno ma all’orizzonte non c’è nessuno: nessuno in acqua, nessuna nave in vista, nemmeno un gommone o una barchetta, nulla. E allora che fa? Cosa guarda? Cosa aspetta? Si gira perché ha sentito il tuo sguardo alle sue spalle e ti sorride. Ma è tua madre! Che ci fa lì? Anche se stai sognando lo sai, lo sai che tua madre è morta, eri ragazzino quando è successo. Tutti intorno a dirti che era andata in cielo, ma tu il cielo lo vedevi grigio e coperto di nuvole e non sapevi dove guardare.

Al risveglio – nel cocente mal di testa dell’ubriacatura – un pensiero una visione, una illuminazione. Non poteva che essere lei la donna che quella notte ti aveva raccolto – ancora una volta ubriaco – alla panchina dell’autobus. Ti aveva tirato su, tu farfugliavi e lei ti ha accolto in casa sua, come una novella. No, era un altro sogno, non poteva essere. Ci penserò domani – avevi detto – ma se domani fosse troppo tardi? Se domani mi sfuggisse? Un figlio, ho un figlio e non so chi sia, dove si trovi, che faccia abbia. Brutta storia. Invece tutto fu facile. Ti bastò chiamare il tuo avvocato, tutto risolto. Non che ci mettessi del cuore, questo no, non era da te. Così mi è stato riferito. Ma che importa, il tempo aggiusta tutto e tutto ha aggiustato. Mi hai lasciato questa casa, mi hai lasciato questo peso, questo manoscritto che hai protetto come un figlio; ma tu di figli che ne sapevi, non mi conoscevi ancora.

Non ho guardato in cielo quando mi hanno detto che un treno – proprio un treno, coincidenza o caos – ti ha abbattuto.

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