La corsa – di Michela Belotti

La corsa

di Michela Belotti

La corsa è la storia di Sara, nata e cresciuta nella provincia di Bergamo. Una ragazza semplice, una sognatrice.
Una sera autunnale si trova a correre lungo un viale alberato, ferita e terrorizzata.
Dell’aggressione subita e dei giorni precedenti non ricorderà nulla, vittima di amnesia. Nel tentativo di recuperare i tasselli mancanti della sua storia, si troverà coinvolta in un fatto di cronaca nera. Insieme all’amica Lisa e al Tenente dei Carabinieri Castelli, incaricato delle indagini, cercherà di discolparsi dalle pesanti accuse.
Riuscirà Sara a fare luce sulle ombre della sua memoria?
Un’altalena di emozioni racchiuse in un adrenalinico racconto thriller; una personale rivisitazione su più piani narrativi del genere noir, condito da humor nero e a tratti romance.

 

Autore: Michela Belotti
Titolo: La corsa
Genere: Gialli e thriller
Crowdfounding – Bookabook
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ANTEPRIMA

1. Il viale alberato

Sto correndo a perdifiato lungo un viale alberato, fra le foglie autunnali viscide e ormai moribonde incollate al suolo. Sento solo il mio respiro affannato, il battito del cuore che rimbomba fino in gola e lo scalpiccio sul selciato ancora umido.

È una serata tiepida, il sole ormai già tramontato da un pezzo. Una leggera brezza soffia tra le fronde degli alberi e mi schiaffeggia. Sembra quasi che il vento voglia sussurrarmi qualcosa. È tutto deserto, solo un paio d’auto parcheggiate sul lato della strada opposto a quelle villette a schiera tipiche dei quartieri a ovest della città. I lampioni rischiarano appena il percorso.

Non so dove sto andando, so solo che devo correre. Ho paura. Sono consapevole che non devo rallentare, ma non ce la faccio più, non sono allenata, non ho più respiro. Mi fermo, gli occhi vacui, vedo solo in bianco e nero. Tutti i colori spariti in quest’attimo di follia che mi ha spinto ad arrivare fin qui. Mi piego, le mani sulle ginocchia. Inspiro l’aria frizzante e mi sento un po’ meglio. È in questo preciso instante che riprendo a notare i colori, anzi uno solo in particolare: una macchia sull’addome, sembra vernice rossa vermiglio. La tocco, è fresca e appiccicosa, la tocco e la porto alla mia vista. Solo in questo preciso momento ho la certezza, ciò che i miei sensi hanno già capito da tempo, ma che non volevo realizzare. È sangue.

2. Casa Cercasi

Non avrei mai pensato di aspettare così a lungo per trasferirmi, e finalmente andare a vivere da sola, di nuovo. È successo così per caso, un giorno presa da un momento di ordinaria follia, mi sono alzata dal tavolo durante un classico pranzo domenicale di famiglia e ho sganciato la bomba. Andava fatto.

Mia madre è la classica casalinga ultra religiosa. La tipica donna che lavora fino al matrimonio e poi s’immola alla vita famigliare, facendo pesare il suo sacrificio ogni giorno a marito e figli. Mai avrebbe pensato a un sacrilegio simile, un dolore inflitto dalla figlia maggiore, una decisione affrettata presa senza considerare il “cosa penserà di lei il parroco, i vicini, gli zii, la nonna nella tomba, Dio, la Madonna e tutti i Santissimi Santi”.

Io, la figlia immorale, ho vissuto ventisette anni nel tentativo di rendere orgogliosi i miei genitori, ovviamente senza riuscirci, cercando di essere la migliore in classe e nella vita, aprendo le porte con fatica anche per mia sorella minore, tre anni più piccola, e sentendomi definita ogni volta una ragazza superficiale. Figuriamoci poi, dopo aver abbandonato l’università e ufficializzato il fidanzamento con Marco, contemporaneamente essermi trasferita da lui per circa otto mesi, e poi un anno dopo ritornare a casa con la coda tra le gambe. Apriti cielo: “E te l’avevo detto Sara, che vivere nel peccato non ti portava da nessuna parte, e adesso cosa farai, hai buttato via la tua vita!” e via discorrendo. Vi assicuro che arrivare alla mia età senza aver ricorso a psicofarmaci o droghe leggere, e senza aver riportato traumi è stato veramente difficile.

Mio padre, invece, è relegato in una posizione ormai secondaria, rassegnato al predominio femminile. Dopo un infarto del miocardio che l’ha messo inaspettatamente al tappeto, è stato convinto da mia madre che nella vita d’importante ci siano solo, oltre la febbre religiosa, i viaggi semestrali a Lourdes e le pesche di beneficienza. E dire che una volta era il genitore perfetto, nonostante una vita di sacrifici da muratore Bergamasco, la sua quinta elementare e il suo poco tempo libero da dedicare alla famiglia. Leggeva molto e m’insegnava altrettanto: dalla letteratura all’astronomia, dalla politica alla semplice curiosità. Credo sia stato fermamente lui ad avermi inconsciamente influenzato e aver liberato il mio nascosto bisogno di sete di conoscenza perpetuo. Così dopo studi di Ragioneria, ho intrapreso corsi umanistici, nella speranza un giorno di diventare una scrittrice affermata. Ma da quando pure mio padre mi vede come la pecora nera della famiglia, il nostro rapporto si è congelato, e resiste solo in memoria dei vecchi tempi. In bilico su di un iceberg quasi del tutto sommerso.

E infine mia sorella, che ne combina di tutti i colori, ma è sempre costantemente la preferita, perché “Sandra va a messa tutte le Domeniche, Sandra viene con noi a Medjugorje e dice pure il rosario”. Il fatto di saltare da un ragazzo all’altro passa notevolmente in secondo piano, e nonostante lei ce la metta tutta per essere la sorella migliore del mondo, non siamo mai state in sintonia. Siamo troppo diverse, io tutta libri, follia e sogni ad occhi aperti, lei trucchi, vestiti e uomini. Un’armonia uccisa da questa eterna sfida per avere l’attenzione dei nostri genitori, anche se io la chiamerei piuttosto lotta per la sopravvivenza.

E così un giorno, tra una benedizione di Papa Bergoglio e un “quanto è simpatico il nuovo fidanzato di tua sorella, quando lo trovi pure tu un bravo ragazzo così ti sposi e ci fai diventare nonni…” mi sono alzata dal tavolo. Dopo aver sputato nel piatto il pezzo di polenta, ‘che tra l’altro manco mi piace, ma vallo a spiegare a mia madre che in trent’anni mai l’ho mangiata’, ho dichiarato con solennità: “Da domani vado a vivere da sola”.

Attimi di panico in sala, seguiti da un enorme dejavu. Mio padre ha spalancato la bocca e ho potuto persino vedere l’epiglottide ballonzolargli in gola, mia madre subito a farsi segni della croce e mia sorella con un sorriso stizzito per aver perso l’ennesima attenzione su di sé. Ed io subito a rassicurare gli animi perché “ancora non ce l’ho l’appartamento”, e le ore successive le ho passate su tutti i possibili motori di ricerca spulciando annunci che riguardassero qualsiasi tipo di tugurio in affitto che potesse anche soltanto avvicinarsi al mio budget, ma soprattutto che mettesse almeno 10 km tra la sottoscritta e i mei genitori.

Sto ormai perdendo le speranze quando nel tardo pomeriggio leggo: ‘Appartamento in palazzina di sei unità, primo piano, quartiere Longhetto a Bergamo, vicino al Cinema Triangolo Rosso, Affittasi ammobiliato per € 500,00 mensili con vincolo annuale, causa trasferimento per lavoro imminente all’estero’. Quasi cado dalla sedia per afferrare di corsa il cellulare, sarebbe perfetto per me penso, distante quanto basta, prezzo buono per essere in città, vicino al cinema che adoro e a pochi km dall’ufficio. Con una fortuna che solitamente non mi appartiene la proprietaria m’informa che l’alloggio è ancora libero e che se voglio posso affittarlo dal giorno stesso. Salto in macchina e mi fiondo a vederlo, e per la strada mi fermo pure a prelevare per scaramanzia.

Arrivo col batticuore, parcheggio e noto subito che è davvero vicino al Multisala e al Panificio Mazzoleni. La signora che mi attende è più giovane di come me l’aspettavo, sarà sulla quarantina, la voce al telefono la invecchia molto. Mi fa salire al primo piano ed entriamo nel piccolo ma accogliente monolocale, ma per come sto ora ne andrebbe bene anche uno ammuffito e popolato da topi di campagna. Ha una camera, un soggiorno con angolo cottura, un bagno, un ripostiglio e un piccolo balcone che dà sul cortile nel retro del condominio. Mi dice che possiede anche un piccolo posto auto, ideale per la mia monovolume. Nessun coinquilino assurdo con cui condividere la misera stanza, nessuna spesa aggiunta o caparra (sia mai che volessi incendiare l’immobile), nessun MA di sorta. Scoppio dalla felicità, abbraccio la signora che rimane sorpresa e dal suo sguardo sembra quasi ci sta quasi ripensando, allora le allungo i contanti e le dico che sono pronta a firmare immediatamente e trasferirmi la sera stessa. Esco da lì qualche ora dopo, con il sorriso che mi si stampa su una faccia beata, con il contratto siglato in una mano e le chiavi di casa nell’altra. Sono libera. E per festeggiare entro nel cinema, prendo il biglietto per ‘Django Unchained’ in lingua originale e il menù Popcorn con Thè alla pesca, ovviamente Grande. È la decima volta che lo vedo da quando è uscito, ormai conosco le battute meglio degli attori, tanto da potermi sostituire a loro. Molti potrebbero definire il mio comportamento ossessivo compulsivo, in realtà è passione pura. La vita ricomincia.

3. Macchie

È sangue. Ed è dappertutto, ma la macchia che mi ha inizialmente colpito è la più grande e continua ad espandersi. Avverto una fitta sorda ed ora capisco. Alzo la maglietta, troppo grande per essere mia. Sotto ho solo un paio di slip, pure quelli macchiati, e intravedo quello che fino un attimo prima ho solo potuto immaginare.

Ho uno squarcio nel fianco, poco largo ma molto profondo, e perdo davvero molto, troppo sangue. E così le ginocchia cedono, il grigio e il rosso che mi circonda diventa un insieme di puntini, come tante mosche che mi ronzano dinanzi. Non capisco e non ricordo. E il terrore s’impadronisce di me, grido, ma è un urlo soffocato, strozzato. Mi accascio al suolo e dopo tanto tempo che non accadeva, prego. Prego che non mi succeda niente e di poter rivedere la mia famiglia, gli amici, il mio gatto e Marco.

Poi sento il dolore, che prima era solo un sottofondo, aumentare e farmi piangere. Prima di poter riprendere fiato, mi sento mancare, dovrei restare sveglia ma proprio non ce la faccio. Diventa tutto buio e freddo.

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