La Fiera delle Vanità

«Dove ha inizio il disinteresse? Nel punto preciso in cui uno scopo cessa di essere il nostro scopo, la nostra proprietà di cui, in quanto proprietari, possiamo fare ciò che vogliamo; nel punto preciso in cui esso diventa uno scopo fisso, ossia un’idea – fissa e comincia ad appassionarci, entusiasmarci e renderci fanatici, insomma quando mette fuori gioco la nostra autorità e diventa nostro – signore.» – Max Stirner

Abbiamo strumenti di comunicazione che ci permettono di raggiungere chiunque, ovunque nel mondo, che ci consentono di diffondere idee, comunicare sensazioni, cercare nuove esperienze e interazioni in modi che fino a qualche anno fa non erano nemmeno immaginabili. I social network hanno rivoluzionato l’esistenza e il modo di comunicare tra le persone accrescendo a dismisura il narcisismo individuale che cova in ognuno di noi.

Lo strumento ci ha superato, si è ribellato all’uso e ha cominciato a vivere di vita propria. Gli utilizzatori non ne sono più i padroni ma gli schiavi. Signore e padrone delle vite di milioni di utenti, Facebook è diventato per troppi uno scopo fisso e ha messo fuori gioco la loro autorità diventando un’ossessione. Ma è persino peggio della semplice ossessione: un veleno di autocompiacimento con cui intossicarsi quotidianamente, un viatico per le insoddisfazioni della vita, un palcoscenico per maschere grottesche di persone senza personalità. Anche il più sprovveduto utente ha imparato che quella vetrina nella quale mostrarsi, sfoggiare, fingere un’esistenza ha un fascino ammaliante, che crea dipendenza. Allo stesso tempo, se direttamente interpellati, una gran parte afferma di poterne fare a meno, che la vita vera è un’altra cosa e che la rete è solo finzione.

Nella realtà milioni di utenti sono così assuefatti all’uso da non riuscire quasi più a distinguere cosa è reale e cosa finzione, al punto che la vita su Facebook è la vita reale. Le persone si confidano, si scambiano intimità, ma lo fanno in vetrina e tutto diventa superficiale e privo di interesse particolare. Brandelli di esistenze che si danno in pasto a sconosciuti senza la minima riflessione. Così, nell’infinito mondo virtuale di Facebook – ma vale per qualunque altro similsocial – si incontrano decine, centinaia di creature tutte uguali, tanti orrendi cloni Bukanovsky (Huxley, il Mondo Nuovo), fatti in maggioranza di incarti dorati e luccicanti contenenti il nulla. Centinaia di profili, migliaia, e ciascuno con centinaia e centinaia di amici. Profili di gente che raccata profili di gente, che raccatta profili per fare numero, per fare social. Nella maggior parte dei casi nemmeno li conoscono gli “amici”, ma non ha alcuna importanza, proprio nessuna. Sei amico di tizio? Allora sei anche amico mio. L’importante è il numero, a tre cifre almeno, altrimenti non sei nessuno; altrimenti non sei vivo.

Queste creature del nulla, fatte di nulla, scrivono sul proprio diario il nulla quotidiano delle loro esistenze. Buongiorno amici. Buona Domenica amici. Chi mi manda un salutino? Oggi sono triste. Non mi sento bene. Il mio cucciolo ha fatto la passeggiata. Un orrore continuo di melensaggini, di “zuccherosità” patetiche. E gli “amici”, per non esser da meno, che mettono like come se piovesse, commentano con pari acume del vuoto pneumatico e ricambiano saluti con emoticon e adesivi. Ognuno fa a gara per mostrare il lato migliore di sé, quello estetico naturalmente, l’unico lato da prendere in considerazione. Inondano di selfie chiunque, in pose al mare, in montagna, sul letto, in bagno, in piedi, seduti, vestiti ma meglio se svestiti, in parte o in buona parte. Il bicipite, la coscia, la calza, il piede, il tatuaggio. Gli occhiali da sole, il reggicalze, il libro aperto sulle cosce aperte; il fiore tra i capelli, la tazza del the in mano, il tubino nero con lo scollo fino alle mutande, le foto allo specchio nude o mezze nude, il costume da bagno; la lingua di fuori, i video sexy di gambe inguainate in improbabili calze, le pose ammiccanti col dito in bocca, il link al canale YouTube dove parlare di Dante e ricette di cucina, metafisica e previsioni del tempo, tutto contemporaneamente. Le prove di forza, la moto, la macchina, la bici, i pesi, la palestra, il deltaplano, il teschio, i pipistrelli, i gatti. Giri per i gruppi a tema sperando. Grosso errore. Si passa soltanto da tre a quattro cifre. Tutto il resto è noia.

E non provate a privarli dello strumento, dello specchio esistenziale, del megafono per le loro frustrazioni: sarebbe rivoluzione.

Un pensiero riguardo “La Fiera delle Vanità

  1. Apparire è la cosa fondamentale. Occorre farsene una ragione. Laddove si cerchi apparenza e non sostanza questa è l’epoca perfetta per vivere. Qui trovano spazio professori e piazzisti, nani e ballerine e ciascuno diventa capace di offrire ciò che il suo pubblico, più o meno grande, richiede. Che tu sia un blogger con migliaia di follower o un utente con centinaia di amici, l’unica differenza è la scala su cui agisci. Il contenuto è sempre lo stesso: il nulla.

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