Vita e riavvita – di Nadia Banaudi

Vita e riavvita

di Nadia Banaudi

 

Vita e riavvita è una finestra sul mondo delicato e frastagliato dell’animo femminile, fatto di passioni, desideri, delusioni, partenze e arrivi, come la vita. I cinque racconti descrivono personaggi diversi per fasce d’età e problematiche: da Sonia, bambina cresciuta senza il papà, a Tecla, ventenne che affronta la crisi del mondo del lavoro, ad Amalia, che cerca di reagire dopo la morte del marito.
A tutte spetta un lieto fine, perché almeno nei libri deve essere concesso fare bei sogni.
Una lettura capace di risvegliare emozioni salutari, di calmare dubbi e paure, lasciando il piacevole senso del bello della vita che troppo spesso sfugge.

 

Autore: Nadia Banaudi
Titolo: Vita e riavvita
Genere: Narrativa Contemporanea
Pagine: 452
Edito da: Bookabook
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ANTEPRIMA

Prologo

Sono un’appassionata di storie, di quelle che la gente vive e nasconde nelle pieghe di un sorriso, di uno sguardo perso nel cielo. Mi piace sapere che nessuno è davvero anonimo perché il suo cammino è diverso da quello di chiunque altro. Una passione curiosa, ma non tanto diversa da quella di un amante di film, di chi divora libri, o inghiottisce programmi televisivi. Le storie mi arricchiscono e mi regalano emozioni mai provate; per un attimo smetto i miei panni e indosso quelli di una madre, di una sorella, di un’amante, senza esserlo mai stata.

Dicono spesso che il luogo migliore per ascoltare le storie della gente sia il parrucchiere. Tra un taglio, una piega, un fissativo per il colore, pare escano di bocca segreti inconfessabili. Personalmente sono di un’altra opinione. Se vado nel salone di bellezza e ho il tempo contato, che mi chiedano della mia vita, morte e miracoli mi dà un po’ noia, mentre è diverso se sono io a volere raccontare.

Quindi penso che il posto migliore dove snocciolare storie di ogni genere sia il bar. Sarà che una bevanda calda a volte aiuta a fare cadere le riserve. Sarà che quei momenti di relax sono incontri che nascondono separazioni prolungate, e allora via con i lunghi racconti del tipo “Una vita fa mi è successo che…”. Tra un caffè servito al tavolino, un tramezzino per coprire il buco, il fresco cocktail del giorno, mi sono ritrovata spesso ad ascoltate storie molto interessanti, perché la realtà supera sempre la fantasia e la gente cela certe sottili verità da fare venire la pelle d’oca. Ho captato racconti così romantici da sentirmi invidiosa di tanta felicità, altri tristi, ma veri come solo la vita vissuta sa essere, e da ognuno ho tirato fuori insegnamenti che non saprebbero dare nemmeno i guru più esperti.

Il bar è la mia casa e tutto il resto gli gira intorno. Sarà forse perché la precedente proprietaria viveva in modo simile, in un appartamento sul retro, con l’esistenza full time tra i bicchieri e la sana soddisfazione di fare il lavoro che le piace. Appena ho messo piede qui e l’ho conosciuta, Leila mi ha subito affascinata. Fossi stata un uomo me ne sarei potuta innamorare, e a modo mio l’ho fatto. La cosa più naturale è stata rilevare il suo pezzo di vita e farlo mio partendo proprio dalla sua storia; una storia che merita di essere ascoltata.

La storia di Leila

Leila ondeggiava sinuosamente dietro al bancone del bar al ritmo della musica di Anastacia. Metteva in mostra le sue abbondanti curve per la gioia della clientela. Asciugare le tazzine era più divertente se potevi chiacchierare con ragazzi simpatici e intraprendenti, quasi non te ne accorgevi.

Le tazzine si ammucchiavano veloci nel lavandino. Pareva ci vivessero. Le aveva appena tolte dalla lavastoviglie, che già non ne aveva più pulite. Un ritmo senza fine. Al mattino tutti volevano il caffè e il cappuccino in una carrellata di varietà: amaro, latte caldo, tiepido e senza schiuma…

Aveva fatto del lavoro il suo passaporto. Ormai chi veniva al bar lo faceva per lei, per la sua straripante simpatia. Gli uomini per iniziare bene la giornata e rifarsi gli occhi, le donne per un confronto sempre dinamico con la sua mente esplosiva.

Leila andava contro le convenzioni. Prendeva la vita di petto. Chiamava le cose con il loro nome, senza mentire mai.
Il suo motto? Sesso e rock and roll. La droga era per gli in- sicuri.
Affascinava il mondo con il suo vedere spazi dove gli altri vedevano convenzioni.

Nonostante alla maggior parte delle persone sembrasse leggerezza, il suo modo di affrontare la vita era quello di una donna convinta di potere pretendere attenzioni, interessi.
Era indipendente sin dalla giovane età, senza impegnarsi troppo negli studi aveva iniziato a lavorare facendo esperienza dietro ai banconi dei bar locali, rubando qua e là trucchi e sortilegi per rendere i suoi cocktail i migliori della città.

In realtà il bar era stata l’eredità dei suoi genitori, un’eredità che le calzava a pennello. Senza fratelli con cui dividere nulla, poteva ritenersi fortunata. A ventun anni iniziava da uno scalino di tutto rispetto. Poteva solo migliorare.

Trascorreva la vita nel suo bar, tanto da avere trasformato il retro del locale, che i vecchi proprietari utilizzavano come ripostiglio, nella sua abitazione.

Volte in mattoni dividevano i due ambienti, giorno e notte. Una minicucina, un enorme spazio per fare ginnastica con attrezzi sparsi ovunque e una comoda zona letto dove trascorrere divertenti serate.

Bastava tirare giù la serranda e passare nel retro per finire con il lavoro e iniziare con la sua vita privata. Anche se spesso comunicavano. A farle compagnia erano gli stessi clienti. Amiche. Amici. Le prime per confidenze e pettegolezzi, i secondi per tenersi in allenamento. Il sesso era un buon esercizio. Muscoli, vitalità, pelle… tutto ne gioiva.

Leila ballava. Concentrata sulla musica sorrise davanti alla richiesta strana di un caffè allungato alla francese. Quello è brodo, non caffè pensò, ma il cliente andava sempre accontentato.

Tra poco sarebbe iniziato il rito degli aperitivi e doveva preparare gli stuzzichini. Niente di complicato, ma soprattutto niente di troppo pesante. Pizza, tramezzini, focaccia farcita, tartine sfiziose, salatini fatti da lei. I suoi clienti uscivano dall’ufficio e se era una bella giornata facevano la pausa camminando sulla passeggiata mare, mentre se pioveva passavano sotto i portici a guardare le vetrine. Era troppo poco il tempo per tornare a casa.

Arrotolò la pasta sfoglia attorno ai würstel creando rotoli lunghi e li affettò a qualche centimetro di spessore, poi li mise in forno. Fece grissini con il salame rincalzato, saccottini al prosciutto, spiedini di verdura e formaggi. La fantasia galoppava, ma spesso anche le tante ricette su Internet l’aiutavano.

Era nel bar che aveva incontrato tutti i suoi vecchi morosi e aveva creato la rete d’amicizia con le sue due più care amiche, Roberta e Diana.
Ogni cliente era libero di instaurare un bel rapporto, ma era sempre e solo lei a permettere che diventasse di più. Se vedeva qualcosa di curioso in una persona cercava di approfondire la relazione. Se si sentiva corrisposta, poteva perderci del tempo. Se le cose funzionavano poteva davvero diventare importante. Per le amicizie, ovvio. I morosi erano solo d’allenamento, non per creare rapporti stabili. A quelli ci pensavano Roberta e Diana e sinceramente le facevano passare la voglia.

Fuori pioveva. La passeggiata l’avrebbero fatta sotto il porticato. Un’ora passava in fretta. Probabilmente qualcuno in più sarebbe rimasto al tavolino a leggere il giornale o a giocare al telefono.

Bella questa musica, mi dà energia. Carino, proprio carino quel biondino appena uscito. Due pensieri ce li farei, anche se sembra tanto giovane.

Leila giocava già al ruolo della cacciatrice. Nessun uomo le resisteva, non davanti alle scollature, non se iniziava a dedicare loro due smorfiette in più. Quanto erano prevedibili.

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