Carlo Emilio Gadda: Quer Pasticciaccio de Ingegnere

Carlo Emilio Gadda nasce a Milano il 14 novembre 1893, in una famiglia borghese. La sua vita è stravolta dalla prematura morte del padre, la cui mancanza luttuosa si ripercuoterà pesantemente sulla sua crescita condizionata nell’età della formazione dalla madre, che costrinse i propri figli a durissimi sacrifici per sostenere lo status di appartenenti alla borghesia lombarda. Il mantenimento delle apparenze borghesi, come la villa a Longone costruita dal padre a costo di folli investimenti, costringe Gadda ad abbandonare le vocazioni letterarie per iscriversi a ingegneria. La storia familiare condizionerà inevitabilmente la sua opera, così come il rapporto di odio e amore per la madre.

Gadda si laurea e si guadagna da vivere facendo l’ingegnere, lavoro che lo porta a viaggiare molto, sino a Firenze, dove entrerà in contatto con l’ambiente di “Solaria” e con Montale per cui nutre sincera ammirazione. Inizia così la sua prima esperienza letteraria di scrittore pubblicando qui le sue prime prose narrative. Dopo la morte della madre, vende la villa di Longone e ha i soldi e il tempo per dedicarsi alla sua passione: scrivere. Tra il 1940 e il 1950 vive stabilmente a Firenze, dove trascorre uno dei periodi più fertili e creativi della sua vita. Tra il 1946 e il 1947 pubblica a puntate su Letteratura la prima edizione di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, ripubblicato poi in un volume unico nel 1957,  il suo romanzo più noto.

Leggendo le opere di questo ingegnere “aggrovigliato” è soprattutto il linguaggio a colpire per la varietà, la ricchezza, l’invenzione e la capacità di ritrarre personaggi femminili e maschili con tinte a colori forti, donne di “un fascino, un imperio tutto latino e sabellico” o “sposa di campagna, coronata di trecce nere, forte, ampia, da tener lei tutto il letto: certi occhi! un davanti! un didietro! Da sognarseli di notte” e uomini a cui “rimproverava una certa mascolina grossezza, certe fanfaronate, certe risate un po’ troppo clamorose per quanto bonarie, certo egoismo o egotismo un po’ da gallinaccio”.

Gadda utilizza il linguaggio come il pittore i colori e stratifica tinte, parole e nuove invenzioni che rendono la narrazione a tratti scoppiettante. Nell’Adalgisa l’epopea di un fulmine è tratteggiata in maniera deliziosa e il lettore non può fare a meno di immaginare l’incredibile percorso della saetta tra le mura domestiche della villa: “Poi sparnazzò un po’ dappertutto sul tetto, sto farfallone della malora, e aveva poi fatto l’acròbato e la sonnambula lungo il colmigno e la grondaia, da cui traboccò in cantina, per i buoni uffici d’un tubo di scarico della grondaia medesima, resuscitandone indi come un serpente, intrefolàtosi alla corda di rame del parafulmine piccolo, che aveva viceversa l’incarico di liquidarlo in profondo, sta stupida…”

Gadda, utilizza spesso un linguaggio tecnico e gergale, inserendo forme dialettali in napoletano, molisano, romanesco, milanese e brianzolo. Un pastiche il cui effetto artificiale ha la funzione di sottolineare come la cosiddetta “normalità” sia priva di senso, utilizzando la frammentarietà linguistica per rappresentare la frammentazione caotica della realtà e delle sue possibili chiavi interpretative. Per Gadda le “inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tuta una molteplicità di causali convergenti.”

“Statolatri ferrolatri e sleepinglatri come siamo” non possiamo fare a meno di ammirare e invidiare con quanta disinvoltura Gadda giochi con le parole per regalarci scorci di vita anche intensamente dolorosi e ritratti di una borghesia moderna che lo scrittore arriva a detestare profondamente e a criticare con parodia e sarcasmo in ogni opera tratteggiando ricche borghesi che in pena per i loro “brilànt” vivono nella «… paura-speranza di sentirseli un dì sradicar d’orecchio – con eventuale lacerazione del lobo – da una mano virilmente predatrice, …»

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