Nazim Hikmet

La storia della letteratura italiana ci ha donato poeti e opere che quasi tutti noi abbiamo studiato e amato, o odiato, a secondo delle nostre personali preferenze. Mi piacerebbe invece  parlare di ciò che  pochi conoscono, di ciò che non si studia a scuola ma in cui incappi quasi per caso e ti ritrovi a voler approfondire. In un post su Facebook  la mia amica Federica, in data 3 giugno, ricordava la scomparsa del più grande poeta turco: Nazim Hikmet.

Ammettendo la mia totale ignoranza ho iniziato a fare ricerche, imbattendomi in meravigliosi versi che mi sono sentita quasi in dovere di condividere.

Nonostante lo straordinario impegno politico, la raccolta più famosa è quella di Poesie d’amore. La traduzione delle sue opere è stata curata da Joyce Lussu, scrittrice, partigiana e politica, che intrattenne con Nazim anche una corrispondenza epistolare.

Ho scelto estratti da tre poesie: la prima è una splendida dichiarazione d’amore, la seconda descrive l’amore attraverso le difficoltà, la terza è la fine di un sentimento. Sono soltanto tre, brevi e insufficienti esempi coi quali ho solo la speranza di accendere l’interesse di chi si troverà a scorrere queste righe, senza la pretesa di voler racchiudere in pochi versi la grandezza del poeta.

Il più bello dei mari

Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.

 

I tuoi occhi, i tuoi occhi i tuoi occhi

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

che tu venga all’ospedale o in prigione

nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,

sono così, le spighe di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

quanto volte hanno pianto davanti a me

son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi

nudi e immensi come gli occhi di un bimbo

ma non un giorno han perso il loro sole.

 

Ti sei stancata di portare il mio peso

Ti sei stancata di portare il mio peso

ti sei stancata delle mie mani

dei miei occhi della mia ombra.

Le mie parole erano incendi

le mie parole eran pozzi profondi.

Verrà un giorno un giorno improvvisamente

sentirai dentro di te

le orme dei miei passi

che si allontanano

e quel peso sarà il più grave.

La vita sentimentale del poeta fu piuttosto vivace: ebbe quattro mogli, ma solo un figlio, dal secondo matrimonio.

Non possiamo parlare di Nazim Hakmet senza almeno un breve accenno al suo impegno  sociale e politico, a causa del quale trascorse più di quindici anni della sua vita in carcere. L’accusa più dura che gli venne rivolta fu quella di aver fomentato la rivolta della marina turca, a metà degli anni Trenta, attraverso il suo poema “L’epopea di Sherok Bedrettini” in cui narrava la rivolta dei contadini turchi contro l’Impero Ottomano nel 1500. Venne condannato a 28 anni di prigione ma rilasciato nel 1949 grazie a una commissione internazionale di cui fecero parte anche Pablo Picasso e Jean Paul Sartre; una volta libero scampò a due attentati e fu costretto a rifugiarsi  in Russia per la seconda volta; la prima infatti fu negli anni Venti, quando denunciò i massacri avvenuti in Armenia. Le sue opere furono tradotte in tutto il mondo, la sua fama crebbe a dismisura; fu oscurata soltanto nella sua madrepatria. Nel 1951 la Turchia gli tolse la cittadinanza, che gli venne restituita postuma nel 2002 grazie a una petizione popolare.

Nazim nacque a Salonicco il 20 novembre del 1902, morì a Mosca il 3 giugno del 1963.

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