Il libro come opera collettiva. Scomodiamo Marx

Qualsiasi libro, di qualunque genere, non è di proprietà del solo autore, ma è un’opera collettiva.
Non cadete dai “trespoli”, per carità, e basta… smettetela di sbellicarvi dalle risate. Tranquilli, sono nel pieno delle mie pur strampalate facoltà mentali e non sono posseduto dallo spirito di Marx a zonzo in una italica vacanza.
Certo che, se me lo avessero detto prima di iniziare a lavorare sul mio romanzo avrei risposto: “Ma come? Questo è scemo, scrivere e pubblicare un libro è una delle massime espressioni dell’ego, dell’amor proprio…” Invece…

Ora posso affermare, con qualche certezza in più, che l’autore non è l’unico padre di un libro, ma il leader di un’opera corale in cui più si rafforzano le interrelazioni tra le varie figure e più avrà spessore.
Valeva ieri, anche per i grandi classici, vale oggi e varrà domani.

Ok, va bene, mi spiego meglio e basta con il prendermi in giro non c’è bisogno di scomodare bandiere rosse, movimenti trozkisti o ribellioni sudamericane.

Tu, caro autore immaginario, voglio chiamarti Karl, giusto per… attraverserai più fasi prima di riempire definitivamente quell’insieme di pagine fisiche o virtuali che chiamiamo libro. Innanzitutto ti serve un’idea, un tema iniziale e alla fantasia serve una stampella, uno spunto, magari preso da un altro libro, un articolo di giornale, un film, un fatto realmente accaduto, un aneddoto o altro.

Ehi Karl, bravo, hai l’idea (mi sento tanto la voce narrante del cortometraggio “Pippo e la pesca“).

Ora ti servono i personaggi con pregi e difetti, insomma dovrai caratterizzarli e come fare? Inizia con il nominarli e poi disegnali con le parole, le schede personaggio… Ti vedo, stai prendendo spunto da persone reali, le stai modificando. Ti stai ispirando a gente che conosci o che ne hai sentito parlare, attingi alle caratteristiche che credi abbiano. Non hai ancora uno straccio di trama, ma hai già molti input esterni, renditi conto è ancora un’opera embrionale, ma già collettiva.

Karl decidi, bravo, traduci in un senso compiuto, impasta la farina… non è solo la tua.

Andiamo avanti, hai un’idea vaga, magari anche delle schede per ogni personaggio principale, ora ti servono trama e sotto trame e come uno stregone mescolerai nella tua marmitta immaginaria gli ingredienti principali che hai  aggiungendone altri che continui a prendere da te stesso, dal mondo che ti circonda, dalle tue ricerche storiche, scientifiche, letterarie (sempre lavori altrui) e così via.

Gira, gira, mischia, mischia e l’elisir è pronto, hai una scaletta più o meno dettagliata. Forza Karl inizia a scrivere la prima stesura, interverrà il tuo stile forgiatosi nel tempo grazie anche alla lettura degli autori che più preferisci, vai a vedere che tra le pagine ci capita anche qualche frase che ti ha particolarmente colpito, magari di qualche amico tedesco.
Ora l’opera non è più un embrione, ma un feto sempre più collettivo, ti possono aver aiutato anche persone già morte, diventa di difficile collocazione temporale anche se non è un romanzo storico. Karl attento, ciò che stai leggendo durante il periodo creativo influisce nelle pagine che scrivi, infatti schermati nel leggere libri troppo simili al tuo.

Hai capito dove voglio arrivare? Sì? Allora, terminata la prima stesura, saltiamo le successive n. riscritture, magari hai accolto i consigli di alcuni insegnanti di scrittura creativa che dicono di leggerlo ad alta voce a qualcuno, tipo Friedrich (Engels), e proprio lui, come suo solito, dirà la sua e influirà nel libro. Arrivato al termine dell’ultima stesura hai deciso di passarlo a chi ti fidi, amici scrittori o no, comunque lettori che potremmo chiamare Moses, Pierre-Joseph e Mikhail (Hess, Proudhon e Bakunin, giusto per continuare a credermela). Loro si divertiranno a segnalarti con la matita rossa e blu errori, refusi, difetti di trama e magari ti daranno anche qualche nuova idea di sviluppo. Cosa fai Karl? Ti rimetti a sistemare a mani piene e non sono forse ulteriori interventi esterni? Il libro diventa ancora più corale e finora non l’hai dato in mano a un professionista, un editor che a sua volta andrà di accetta e di fioretto tra le pagine trasformandole ulteriormente. Arriviamo veloci alla pubblicazione e giungiamo alla variante lettori, succede che a qualcuno possa piacere e a qualcun altro no, qualcuno capterà dei significati e qualcuno ne riceverà degli altri come se fossero libri diversi, il tuo unico libro di critica all’economia politica arriverà a rappresentare un’esplosione di collettività.

Posso fermarmi e smettere d’importunare Karl Marx, avrete capito.

Ogni autore ha il suo personale processo di scrittura che differirà anche molto da quello che ho appena descritto, ma non fa nulla, il risultato rimane lo stesso, un libro non è un’opera individuale, non è il figlio di un unico genitore, ma è un lavoro corale diretto dall’autore. È un po’ come se fosse uno sciopero, le idee vengono da più persone che si montano a vicenda, anche dallo stesso autore, ma il leader è uno solo ed è lui principalmente a decidere quale strada prendere.

4 pensieri riguardo “Il libro come opera collettiva. Scomodiamo Marx

  1. Assolutamente d’accordo! Quale autore non disegna i suoi personaggi sul modello di qualche persona reale, magari stravolgendone e mischiando tratti e caratteristiche? Tutto il background di letture ed esperienze di vita concorre alla creazione di chi si mette a buttar giù una storia, per non parlare di chi quella storia poi la legge, incasellandola nello schema del proprio gusto, del proprio personale “sentire”.

  2. Andrebbe ogni tanto ricordato a una certa categoria di autori famosi e non che da soli non c’è nulla dei loro libri, nemmeno “Capitolo 1”, senza una fitta rete di conoscenze e contatti.

  3. Io non scrivo libri, li leggo solo, ma concordo con quanto hai scritto: servono ricerche, studi, interviste, e tanto altro per gettare le fondamenta di un libro. Ecco perché risulta essere collettivo, di gruppo.

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