La follia del mondo – di Marco Freccero

La follia del mondo

di Marco Freccero

 

Il capitolo conclusivo della “Trilogia delle Erbacce”: anche questa volta, storie di uomini, donne, bambini che all’improvviso si trovano al bivio, devono fare i conti con l’imprevisto, la sorpresa, la paura e la disperazione. In pochi istanti comprendono la realtà e devono contrastarla.
Perché “La follia del mondo”?
“Una delle controindicazioni più gravi dell’avidità, pensò Mirko, era che uccideva l’intelligenza; spingeva a guardare alla realtà senza alcun desiderio di metterci mano per cambiarla.”
Lo scenario è sempre una Liguria dove il mare non compare quasi mai, distante dalla luce e dal sole estivo pubblicizzati da riviste e operatori turistici. Una periferia perfetta dove ricominciare ad amare le erbacce.

 

Autore: Marco Freccero
Titolo: La Follia del Mondo
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 291
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Intelligenza

Arianna rientrava a casa verso le dieci tutte le sere, tranne la domenica. Il supermercato dove lavorava chiudeva alle otto, ma lei non aveva una famiglia e poteva restare a fare le pulizie. Per mille euro al mese, si fermava oltre l’orario di chiusura per passare nelle corsie con la macchina pulitrice. Anche i cessi erano compito suo. Lo straordinario non le veniva pagato.
Il capo, un uomo sui sessant’anni, vedovo, attendeva in ufficio che finisse. Inseriva in un Aiwa impolverato una delle tante musicassette di liscio romagnolo che teneva tra i faldoni piazzati su uno scaffale di metallo, alle sue spalle. Intanto controllava le fatture e le bolle di accompagnamento dei fornitori, gli scontrini.

Quando aveva terminato, Arianna bussava alla porta dell’ufficio e diceva: “Io avrei finito”, perché forse c’era ancora qualcosa da fare, ed era meglio usare il condizionale. Succedeva, a volte. Magari le chiedeva di guidare la Mercedes sino in fondo alla via dove c’era il self-service della stazione di servizio dell’Eni, e metterci cinquanta euro di benzina. Lei non aveva la patente, lui le aveva insegnato come fare.

“Però sei intelligente” le aveva detto quella volta.

Oppure c’era da lavare il pavimento dell’ufficio, fare un po’ d’ordine. Lei si era domandata più di una volta come il suo capo riuscisse a fare il suo lavoro in quel caos. Per lei chi comandava doveva essere ordinato, preciso, e vestire in un certo modo; ma lui, dopo la morte della moglie, girava con la stessa camicia per una settimana intera, e i pantaloni anche di più.
Altrimenti, se non c’era altro da fare, salutava, infilava sul camice azzurro la giacca di jeans che usava sia d’estate che d’inverno, e camminava sino alla fermata dell’autobus. Non c’era quasi mai nessuno a bordo, e lei si piazzava alle spalle dell’autista. Dopo una ventina di minuti il mezzo sbucava dalla galleria e attraversava il quartiere dai marciapiedi sbriciolati, l’asfalto bucato, e ai lati palazzi di edilizia popolare come penitenziari.

Abitava in un appartamento sotto il livello stradale formato da un bagno, una camera e la cucina, e pagava cinquecento euro al mese, in nero. Non c’erano termosifoni e Arianna superava l’inverno con il solo asciugacapelli come riscaldamento. Aveva sentito parlare di cambiamento climatico, e si augurava che cambiasse ancora, e certi feroci inverni della sua infanzia non si facessero più vedere.

Diede un’occhiata alla cassetta delle lettere: arrivavano solo le bollette da saldare, e pubblicità dei supermercati concorrenti. Il suo non ne aveva mai fatta, da quando c’era entrata, ventitré anni prima. Il motto: “Prezzi bassi, non solo ogni tanto”, era più efficace di qualunque campagna pubblicitaria, ripeteva il suo capo.
Quando discese la rampa di scale che dall’androne conduceva al suo appartamento, si bloccò a metà: davanti alla porta di casa c’era un uomo alto, magro, capelli lunghi sulle spalle. Lui le diede un’occhiata, fece una smorfia e disse: “Tu abiti qui?” Con la testa indicò la porta che aveva alle spalle.
Disse di sì, e l’idea di urlare le sembrò lontana quanto un traguardo al termine di una salita spietata.

“Che peccato però. Tutto il giorno fuori, al lavoro. Perché tu lavori”.
“Sì”.
“Pensa se qualcuno entra e ruba. Magari domani sera torni, e non trovi nemmeno la porta. Non è blindata”.
“Costa troppo”.
“Come? Ma ce l’hai il fiato?”

Arianna ripeté la frase e si passò una mano sul viso lungo. Dopo qualche istante, la paura diventava un conforto.
Lui disse: “È un guaio. Perché non c’è nemmeno un allarme. Uno viene qui e con calma apre, entra, si prende tutto”. Incrociò le braccia sul petto. “Che vogliamo fare”.

Lei strizzò gli occhi. Aveva voglia di una doccia, una cena veloce, di infilarsi sotto le lenzuola e dormire. Alle sei la sveglia avrebbe suonato e sarebbe ricominciata la stessa giornata: autobus, supermercato, pranzo nel retro con un panino e una bottiglia di acqua, poi riapertura alle tre e mezza.

“Non saprei” disse.
“Mi sei simpatica. Tu mi paghi trecento euro al mese, e io ti proteggo la casa. Così nessuno verrà a rubare. Che ne dici”.
“Trecento euro”.
“Esatto. È un affare”.
“Non guadagno tanto”.
“Preferisci trovare la casa svaligiata. È questo che vuoi”.
“No. Vediamo. Parliamone”.
“Brava. Parliamone. Mi piacciono le donne perché capiscono poco, ma quando lo fanno vanno alle conclusioni che è un piacere”.

La luce della scala si spense, lei cacciò un grido e la scena tornò a illuminarsi; l’uomo aveva ancora il dito sul pulsante.
Si avvicinò finché lei ne sentì l’alito di alcol. – Oggi è giovedì. Domenica pomeriggio torno e mi paghi. Intesi? Oppure… – Le strizzò l’occhio e rise.
Lei annuì. Lui le passò accanto e uscì senza aggiungere altro. Arianna restò immobile finché la luce non si spense.

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