Confini violati – di Nicola D’Agostino

Confini violati

di Nicola D’Agostino

 

Chiara Secci è una studentessa, figlia di un antiquario e di una insegnante di liceo. La sua vita si consuma tranquilla e senza scosse, finché qualcuno imprime agli eventi una direzione forzata e tutto cambia in modo irreversibile. Nulla è come prima. I contorni delle cose sfumano, insieme a quelli dell’io, mentre il tempo trascorre senza che nessuno riesca a spiegare quel cambiamento. Saranno altri equilibri, più instabili, a prendere il posto delle antiche certezze illuminando i dubbi. Violando definitivamente i confini.

 

Autore: Nicola D’Agostino
Titolo: Confini violati
Genere: Thriller
Pagine: 256
Edito da: Adda editore
Acquista su Amazon

 

ANTEPRIMA

Prologo

Le note di un finto carillon ingentilivano l’avviso in entrata nel negozio, coprendo il cigolio delle cerniere della porta con la vetrata opaca. Il suono s’interruppe bruscamente appena il braccio automatico sospinse l’anta nella posizione iniziale.
Lui, dall’apparente età di sessanta anni, entrò in quell’ambiente oscuro con l’incedere morbido e sicuro di chi non ha timore degli ostacoli da affrontare per raggiungere un obiettivo, con un sorriso finto, da agente di commercio in azione.

La donna, di mezza età, era seduta su un tripode; gli avambracci stesi sul piano di uno scrittoio dalla cui fascia perimetrale pendeva un cartello con la scritta “venduto”. Alzò gli occhi sul volto dell’avventore e rispose al sorriso, sprigionando una gentilezza compassata. Lui le disse che era venuto per vedere il mobile dove erano state trovate quelle cose di cui avevano già parlato. Lei ammiccò, lo invitò a liberarsi del cappotto e del cappello e ad accomodarsi. Lui rispose a quel garbato invito e appese gli indumenti dietro la porta a vetri. Lei aprì un tiretto dello scrittoio. Lui attese, dissimulando un’ansia latente. Lei si dilungò nella ricerca, indugiando nelle profondità del tiretto che da quei movimenti apparivano infinite. E quell’ansia latente di lui, con il trascorrere dei secondi, si tramutò nella falsa, dolorosa sorpresa di chi avendo intuito vagamente ciò che sta per accadere si rammarica di non aver preso precauzioni per evitarlo; e quella sorpresa  si trasformò nella paura angosciosa di chi all’improvviso è costretto a pensare a una possibile difesa;  ma quella paura che attiva i sensi  diventò il terrore di chi si rende conto che sta per soccombere senza avere alcuna possibilità di sottrarsi al peggio, avvedendosi di come le mosse di quella donna disegnassero infine la figura di chi  gli puntava contro, con piglio sicuro,  una pistola con il silenziatore.

L’arma diretta verso la sua sagoma fu come avesse già esploso tutti i proiettili ancor prima che lo fossero per davvero. Comprese in quell’istante, infatti, che sarebbe stato inutile ogni tentativo di dissuadere la sua assassina dal perpetrare i propositi omicidi, perché ormai gli fu chiaro che si trattava di un vero e proprio agguato e non di una semplice minaccia. Non lo avrebbe fatto arrivare sin lì. E con quella scusa, poi. Si spense sul volto di lui ogni velleità di sopravvivere, e attese che lei gli scaricasse addosso sette colpi, tutti nel costato. Lui si accasciò, senza nemmeno gridare, già quando il primo proiettile gli si conficcò tra la prima e la seconda costola, non perché gli avesse sottratto in sé le forze, ma quasi per una sorta di preparazione interiore alla fine. Lei guardò bene le espressioni che assumeva il viso di quell’uomo a ogni sparo, separandoli da qualche istante che utilizzò per interrogarsi su come un essere umano vivesse gli ultimi momenti della vita sottrattagli da un altro essere umano.

Quando lui ebbe uno spasmo, lei si avvicinò al corpo immobile.  Si accertò che fosse morto. Poi ripose l’arma in una busta, assieme ai guanti che aveva indossato e ai pensieri che l’avevano assillata nelle ultime ore. Si guardò intorno, come per ricostruire nella mente  i limiti di uno spazio fisico che le si era  dissolto intorno mentre sparava. Sospirò.

CAPITOLO I

«Napule  è ‘na cammenata, dint ‘e vic’, ‘n miez’ all’at.»

Da pochi mesi quella canzone imperversava, specie a Napoli. E da allora iniziavano sempre così, quando facevano l’amore. Senza quelle parole Chiara non sarebbe riuscita ad abbandonarsi alle carezze di Marco che stendeva le braccia lungo le sue cosce. O quella canzone o nemmeno avrebbe potuto spogliarsi. Quelle note, assieme al fruscio del nastro che girava nel mangiacassette, si mischiavano ai gemiti leggeri nella A 112 amaranto parcheggiata nel Parco della Rimembranza.   Fogli di giornale attaccati ai cristalli assicuravano ai giovani il riparo dalle morbosità dei guardoni.

Si erano conosciuti ai tempi del Ginnasio, avendo frequentato il Liceo classico dove la Professoressa Lorica, mamma di Chiara,  insegnava Italiano, Latino e Greco. La docente era molto apprezzata per la chiarezza espositiva e per la capacità naturale di sollecitare negli alunni la curiosità di intrufolare i loro pensieri tra le lettere antiche.  Chiara era molto studiosa. Marco era assai meno ispirato per questo genere di occupazione, ma all’uscita dalla scuola dedicava al corpo di Chiara quelle attenzioni che non gli riusciva di riservare ai libri di testo.

La sua ragazza era una bruna dagli occhi grandi e scuri, con le sopracciglia sottili e piene, dalla curvatura sinuosa che dal basso dell’interno si innalzava al centro dell’occhio e defluiva verso l’esterno con una morbidezza naturale nel disegno di una leggera parabola discendente. Il risultato era uno sguardo sensuale e penetrante che ben preparava all’avventura di scrutare il corpo di quella ragazza dove il particolare più evidente era esaltato dai wrangler attillati: le gambe. Gambe tornite, lunghe, proporzionate, che terminavano con natiche rotonde e sode. Amava cambiare pettinatura continuamente, alternando periodi in cui i capelli corti esaltavano i lineamenti a periodi in cui una frangia pesante le copriva un lato del viso.

Avevano entrambi ventitré anni. Lei studiava lettere antiche. Lui Giurisprudenza. Sapevano che sarebbe stato difficile riuscire a lavorare a Napoli con i titoli di studio che si accingevano a conseguire. Ma sentivano di avere poca scelta. Poca propensione a sopportare qualcos’altro che non li portasse verso il sogno cercato da ciascuno: l’Archeologia per lei; l’Avvocatura per lui.

Il padre di Marco lavorava da sempre nella sua piccola tipografia al Corso Lucci, nelle vicinanze di Piazza Garibaldi, a pochi passi dalla stazione ferroviaria centrale. Sua moglie era una infermiera. Non era una famiglia ricca, certamente,  ma potevano  permettersi di mantenere i due figli agli studi universitari e attendere che Marco, il grande, trovasse presto una qualche sistemazione. Se fosse diventato un Avvocato per davvero, il padre lo avrebbe presentato a qualcuna delle aziende sue clienti e chissà, forse, “da cosa nasce cosa”.

Lascia un commento