Essere uno scrittore di (in)successo e vivere felice

“Uno su mille ce la fa…”, cantava il Gianni Nazionale in uno dei suoi brani più famosi. Ma che vuol dire farcela? In ambito letterario significa poter vivere di scrittura, costruirsi una reputazione tale da garantirsi un editore disposto a investire in distribuzione e promozione per ogni nuovo libro, meritare, in soldoni, lo status professionale e sociale di “scrittore”. Ora, considerando la quantità di libri che escono ogni anno, il numero dei lettori sempre in calo e la cronica crisi economica e culturale che attanaglia il nostro paese, il rapporto espresso nella canzone sembra fin troppo ottimistico, andrebbe aggiornato a uno su diecimila o centomila, almeno.
Quindi, date le premesse, sarebbe facile immaginare una quantità di autori tormentati dall’insuccesso delle proprie opere, depressi e sull’orlo di una crisi di nervi.
Sbagliato.
Parlo della mia esperienza personale, ma credo di essere in buona e numerosa compagnia, sulla stessa barca con tante persone che scrivono, rimangono sconosciute e vivono senza troppi drammi questa condizione.
Certo, per un senso di naturale e umana autostima, può essere frustrante vedere che talvolta vengono pubblicati e hanno fortuna scrittori mediocri mentre altre volte autentici geni letterari rimangono nell’anonimato, soprattutto se riteniamo di far parte di questi ultimi… ma, si sa, raramente la vita distribuisce meriti secondo criteri equi. Questo non significa che si debba rinunciare alla scrittura se ci manca o non ci viene riconosciuto il talento, basta non sopravvalutare le proprie doti e fortune, farlo per noi stessi e per il personale piacere che proviamo nel farlo, non solo per affermare la nostra identità, che rischia di uscirne svilita e fraintesa. Non deleghiamo la realizzazione personale a qualcosa di così incerto. In fondo può essere anche solamente un gioco, un gioco molto gratificante, nel quale il confronto con i lettori, pochi o molti che siano, svolge un ruolo imprescindibile. Io non mi considero un artista, al massimo un artigiano, taglio, cucio, assemblo e rifinisco le mie idee e le mie suggestioni come un falegname o un sarto della parola, e questo mi fa sentire realizzato e felice. Sì, felice.
Attenzione, anche l’insuccesso richiede dedizione, va faticosamente perseguito, cercando in tutti i modi di evitarlo. Come dite? È un concetto contraddittorio? Probabilmente è necessario che spieghi meglio questa affermazione, e qui devo entrare nello specifico della mia condizione, volontaria e non di ripiego, di autore “self”.
Se non mi impegnassi per scrivere una buona storia, curare il testo dal punto di vista grammaticale e formale, revisionarlo alla ricerca degli immancabili refusi e strafalcioni; se non cercassi di realizzare una copertina decente e una formattazione adeguata, confezionando un libro (o e-book) che non sfiguri rispetto ai prodotti riconosciuti come professionali; se per conseguire tale risultato non sottraessi ore e ore al tempo libero, al sonno, agli altri interessi… be’, se non facessi tutto questo, sentirei di aver raggiunto l’insuccesso con una scorciatoia, di averlo ottenuto troppo facilmente, non sarei convinto di meritarlo. Se veramente pensassi di aver messo insieme “un guazzabuglio inutile di parole e discorsi noiosi”, come ha recentemente definito un mio libro un (re)censore che gli ha affibbiato una stellina su Amazon, riterrei di aver truffato i miei pochi lettori, quegli stessi che mi hanno attestato stima e gradimento, avrei il dubbio legittimo di essermi preso gioco di loro. Ma, sorretto da quella perdonabile autostima alla quale accennavo in precedenza, non credo di averlo fatto, ovviamente sempre al netto delle mia capacità; ho la coscienza a posto, quindi mi considero uno scrittore (pardon, scribacchino) di (in)successo e felice.

19 pensieri riguardo “Essere uno scrittore di (in)successo e vivere felice

  1. Condivido in pieno.
    Anch’io sono uno scribacchino di (in)successo e la cosa non mi crea alcun problema. A me piace scrivere, mi piace mettere in gioco quel che scrivo facendolo leggere a lettori che non siano mio cugino o mia moglie, non ho alcuna intenzione di ritirarmi solo perché nessun editore mi ha pubblicato: in tutte le categorie esistono professionisti e dilettanti, sarò libero di essere almeno un dilettante, no?

  2. Mi unisco al gruppo di “scribacchini”, rigorosamente trs parentesi,che mi hanno preceduto.
    Intanto mi scervello per pensare a cosa scrivere e la ginnastica mentale alla mia età fa bene e allontana (forse) la demenza 😆
    Seconda cosa mi diverto.
    Le mie poesie o i miei racconti non fanno di me una poetessa o scrittrice ma sola una donna che ha trovato il coraggio di far leggere le sue…. come ti hanno scritto? Accozzaglie di parole? Giusto?
    Allora? Finchè mi divertirò, poveretto chi dovrà leggermi! 😊😊😊 per il resto…echissenè!
    Ciaoooo,

  3. Concordo e ti ho letto con piacere; non ho trovato nessun guazzabuglio di parole ma storie ben scritte.
    Serenità per il lavoro ben fatto e spinta della passione , ecco il segreto per vivere bene in questo marasma.
    Continuerò anche io a divertirmi scrivendo e ciò basterà a incassare le (inevitabili) delusioni.
    Spero nel colpo di fortuna ma continuo a scrivere ciò che mi piace, a sperimentare, a non adeguarmi.

  4. Arrivo qui catapultata dal blog di Ariano Geta! 🙂 Mi è piaciuto molto il post. Il successo può essere tossico, anche preso in forme minime. Io ho visto anche tanti autori cominciare a montarsi la testa di fronte alle prime pubblicazioni, e subito dopo arrovellarsi perché i riconoscimenti non continuavano…

  5. Grazie Cristina. Purtroppo i la cultura del risultato sta contaminando sempre più la nostra società, quindi l’equilibrio è una qualità da coltivare con determinazione.

  6. “Non deleghiamo la realizzazione personale a qualcosa di così incerto.”, credo tu mi abbia letto nel pensiero, pur non conoscendomi. Articolo molto interessante, concordo pienamente!

  7. Ti ringrazio, Giusy. Quella frase, che tu hai giustamente colto come il cuore dell’articolo, rispecchia il mio approccio alla scrittura, un’attività che mi appassiona ma che non mi sento di caricare di troppe apettative.

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