La brezza mancata – di Claudia Mameli

La brezza mancata

di Claudia Mameli

 

Una cameriera che viene stuprata all’angolo della strada e un cacciatore che segue un particolare codice d’onore; una dottoressa che si batte per le donne e uno psicopatico che lotta contro i mostri della propria infanzia; un amore che cerca la giusta strada da percorrere e tante, troppe donne vittime della bestia nascosta nel corpo di un uomo. In una segreta caccia ai fantasmi, scopriremo il lato oscuro dei personaggi di questa storia, tutti legati dallo stesso rivolo di sangue che fa esplodere il caos mentale.

 

Autore: Claudia Mameli
Titolo: La brezza mancata
Genere: Thriller
Pagine: 232
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Rewind

Dopo due settimane di pausa, l’unico desiderio di Marina era quello di uscire da quelle quattro mura entro le quali si sentiva soffocare. Chi sapeva quanto tempo ancora avrebbe trascorso in questo mondo? E perché sprecarlo a far nulla? Di certo, non sarebbe rimasta in casa un giorno di più.
Qualche anno prima aveva frequentato con entusiasmo la scuola alberghiera, dove gli stage le permettevano di viaggiare e conoscere nuove persone. Non era fatta per l’immobilità, e quando per forza di cosa veniva costretta a rallentare il ritmo prima di ripartire un’altra volta, era come se non potesse più respirare. In quei momenti, andava avanti colmando i buchi vuoti con ogni cosa possibile: che si trattasse di partecipare a saggi di danza caraibica nelle serate in piazza, o costruire un giardino di carta col metodo degli origami, Marina non smetteva mai di camminare.

Una volta, con l’aiuto dei maestri delle scuole elementari si occupò di seguire un laboratorio di scrittura per bambini, realizzando un volumetto di favole da vendere per beneficenza. Segnata positivamente da quell’esperienza molto sentimentale, decise che era giunto il momento di regalare un pezzo di se stessa alle sue più care amiche. Creò sei cornici di cartone, dove la carta lucente di cui erano rivestite indicava lo splendore della loro gioventù; i granelli di sabbia e le conchiglie che vi aveva incollato sopra, erano la vita che trascorreva, e la foto di un arcobaleno in mezzo al cielo in tempesta rappresentava gli ostacoli che avrebbero superato.
Mentre la sua vita andava a sgretolarsi lentamente, una di quelle cornici un po’ ingiallita dal tempo continuava a resistere sulla sua scrivania. Nel rivederla, Marina si chiese come fosse realmente possibile riuscire a vedere la luce viva di un nuovo inizio in mezzo all’oscurità dell’anima, e ripensò a quando la sua esistenza non era stata ancora sconvolta dall’incubo di ciò che era diventata, a quando ancora poteva guardarsi allo specchio senza temere il riflesso del mostro che la abitava.

I

Marina camminava sicura lungo quella via che da ormai due anni percorreva quotidianamente dopo il lavoro. Assaporando l’aria frizzante di una serata di fine settembre che andava a scontrarsi con il deserto della notte, tornò con la mente a qualche anno prima, quando al tramonto le strade divenivano fiumi di persone che ripercorrevano innumerevoli volte i propri passi, orgogliose della magnifica semplicità del loro vivere. Per loro non poteva esserci niente di meglio che mangiare un gelato seduti su una panchina o raccontarsi barzellette accompagnati da una birra.

Ora le cose erano cambiate: la moda delle passeggiate in strada fino a notte fonda era finita, il cinema su un livello mancava di stile e la discoteca era divenuto luogo di ritrovo per consumati ballerini di liscio che nella vecchiaia riscoprivano il piacere di un eterno giro di Valzer. I giovani potevano solo accontentarsi di ciò che avevano. Qualcuno trascorreva la serata nell’unico pub relativamente serio del paese,  bevendo con gli amici e cantando note stonate su basi fatte passare da dj improvvisati. C’erano anche tanti piccoli bar e circoli privati, ma quelli erano riservati a giovani sbandati che senz’altra possibilità di fuga si univano a vecchi giocatori di Briscola pronti a perdere anche gli ultimi spiccioli, pur di vincere un ultimo bicchiere di vernaccia. Gli altri, invece, quelli che proprio non sapevano bastare a se stessi, prendevano la macchina e cercavano luoghi lontani per divertirsi. E poi c’era lei, che faceva la cameriera in una piccola taverna all’angolo della strada principale.

Il mestiere l’avevano avviato i genitori di suo padre Adelmo, aprendo un piccolo angolo di paradiso dove ancora dopo tanti anni si continuavano a gustare tipiche specialità sarde, mai soppiantate dalla praticità di piatti pronti e ristoranti multietnici.

Marina non fece in tempo a conoscere bene i suoi nonni, perché troppo piccola quando vennero a mancare. Nonna Veneranda morì ad appena sessantadue anni per un tumore al seno, e in pochi mesi nonno Quirico si lasciò andare per seguirla:, perché dopo una vita insieme, l’idea di continuare da solo era bastata ad ucciderlo.

A differenza di suo padre e delle due zie, che insieme presero in mano la taverna, Marina non era attratta dall’idea di dover essere legata ad un obbligo morale: a lei sarebbe piaciuto aprire un ristorante in qualche paese sperduto nell’alta Italia, espandere i propri confini e creare qualcosa di inconfondibile; allo stesso tempo, sapeva che un giorno avrebbe ricevuto in eredità quello scorcio di storia di cui sarebbe andata fiera. Aggiornando continuamente il menù del giorno sul sito internet della taverna, era anche grazie a lei che giovani famiglie e vecchi clienti non si facevano tentare dalle grandi città, aspettando invece lo svago del fine settimana per divertirsi e mangiare bene.

Quella sera, alle nove in punto il locale non disponeva più di un tavolo libero, e chi non era riuscito ad aggiudicarselo aspettava invano che qualcuno andasse via prima del previsto. In sala ci stavano Marina e Giorgio, impegnati a servire salsiccia secca e pecorino disposti a giro in un piatto ovale al cui centro stava sa coccoi prena, cestini di pasta di grano duro cotti al forno, ripieni di patate schiacciate, formaggio, cipolline brasate e menta, da gustare appena tiepidi. Le cucine, erano invece il regno delle due sorelle Lina e Palmira, che insieme alla cognata Dalia creavano i piatti più saporiti.

Ad Adelmo era stato riservato il ruolo di caposala, un tempo svolto da Quirico. Intratteneva gli ospiti con amabile goliardia, riempiendoli di attenzioni e passando tra i tavoli con un fiaschetto di vetro verde impagliato sul fondo, pronto a far traboccare tutti i bicchieri vuoti con un rosso da lui prodotto grazie al vitigno di famiglia.
L’appetito dei commensali fu soddisfatto da un saporito brodo allo zafferano, servito mentre dalla cucina iniziava a venir fuori un intenso profumo di anatra al mirto e lardo arrosto. A fine cena fu messo in tavola un delizioso trionfo di pane abbrustolito spalmato di marmellata ai corbezzoli e, come da tradizione, la serata terminò con il caffè e un brindisi collettivo offerto dalla casa, a base di mirto e filu’e ferru.

2 pensieri riguardo “La brezza mancata – di Claudia Mameli

  1. La brezza mancata,mi sembra un romanzo piuttosto complesso ricco di colpi di scena. L’argomento non è di mio interesse .Auguro all’autrice di avere buoni risultati.

  2. Hai ragione, Iole. Essendo un thriller ha molti lati oscuri che troveranno la luce man mano che si procede. Il punto focale è il post trauma, ovvero tutto ciò che segue alla violenza sessuale della protagonista, a livello psicologico della stessa sia negli altri personaggi. Oltre il buio, però, c’è anche una parte di rinascita nella quale trova spazio l’amore.

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