L’invenzione di Morel – Adolfo Bioy Casares

Il pluripremiato romanzo breve di Adolfo Bioy Casares è un eccellente esempio di narrativa fantascientifica del Novecento, nel quale si fondono una pluralità di elementi che toccano i temi dell’immortalità, dell’amore, della solitudine e della percezione di sé stessi. Fortemente ispirato all’isola del dottor Moreau di H.G. Wells e ai racconti di E.A. Poe, questo romanzo visionario narra le avventure di un fuggiasco che, sbarcato su un’isola deserta per evitare la condanna all’ergastolo, pensa che sia disabitata. Nei giorni che seguono si imbatte in una serie di personaggi che popolano l’isola, uomini e donne vestiti in maniera antiquata, stile anni ’20, che sembrano trascorrere una piacevole villeggiatura e che suscitano in lui paura e ossessione. Non è solo la paura di essere visto, riconosciuto e consegnato alla polizia, ma è anche l’ossessione di non poter comunicare quando si accorge che in realtà nessuno riesce a vederlo: come un fantasma, cerca di affermare il proprio Essere senza essere percepito.

In bilico tra il terrore di essere identificato e la frustrazione per il desiderio di essere percepito, il protagonista, sospeso tra realtà e irrealtà, inizia a seguire, osservare e spiare gli altri isolani. Le persone che vede sono visioni o è realtà? Esistiamo solo in quanto percepiti? Queste domande diventano l’incubo del fuggiasco che non conosce altro spazio, per sé e per la sua storia, se non l’intreccio con le figure che animano l’isola e di cui si sente parte, pur partendo da una situazione di paura e di sofferenza interiore.

L’uomo scoprirà infine che, gli abitanti, sono la proiezione completa di una settimana di vacanza che Morel è riuscito a registrare con una macchina di sua invenzione, fermando non solo l’immagine o il suono, ma tutto quanto colpisce i sensi umani. L’impiego della macchina ha però effetti mortali: i protagonisti sono dunque tutti morti e quando la macchina è in funzione, per l’eternità le loro copie registrate ripeteranno gesti, discorsi, balletti scipiti, riti banali da borghesucci disimpegnati. È vera immortalità, questa?

Disperato, privo di mezzi per sopravvivere, anche il naufrago cede alla tentazione, poiché forse è l’unico modo per stare accanto a Faustine, di cui si è innamorato. Così si mette di fronte al meccanismo di ripresa, finché, sul punto di compiere il gesto decisivo, ci ripensa e lo distrugge. Tuttavia è ormai troppo tardi anche per lui, consumato dai velenosi raggi di una macchina che ha cercato di catturare l’immortalità senza riuscirvi.

Il libro di Casares ha rappresentato un nuovo punto di riferimento con cui tutta la letteratura fantastica ha successivamente fatto i conti: racchiude elementi psicologici, fantascientifici, la ricerca dell’amore “Non sono più morto – Sono innamorato”, la lotta per riprendere il controllo della propria vita, la ricerca dell’immortalità spirituale come soluzione a tutti i problemi, l’affermazione della propria esistenza nella percezione degli altri. La realtà come qualcosa di nuovo, o che ripete la stessa trama all’infinito.

Nel 1974 Emidio Greco trasferisce sullo schermo, con un eccellente risultato di stile e contenuto, il romanzo di Casares. Si tratta di un’opera insolita nel panorama della produzione italiana: il regista fa uso sapiente di atmosfere surreali, grazie anche alla  fotografia luminosa di Silvano Ippoliti, invitando lo spettatore a riflettere sul significato della realtà, sulla consistenza dell’immagine e sulla finitezza esistenziale dell’individuo. L’ottimo Amedeo Fago costruisce una scenografia – il “museo” perfettamente coerente con l’intenzione di Greco: nel film emerge infatti con evidenza il senso di ambiguità e di sospensione della dimensione temporale e spaziale, richiamate anche nella scelta di collocare la vicenda sulle coste dell’isola di Malta, luogo topico della scoperta e del mistero. Il regista riesce a riprodurre quel senso di magico realismo che permea l’opera dello scrittore argentino: la prima parte del film, quasi un terzo del totale, è senza dialogo. Lo spettatore si immedesima nel senso di incertezza e sospensione del protagonista, grazie anche alla scelta di dilatare la storia in tempi distesi, mentre il montaggio di Mario Chiari assicura la giusta consequenzialità nelle azioni.

Film che andrebbe riproposto e rivisto anche come interessante esercizio di cinema sul cinema.

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