C’era una volta il lavoro

Chi potrebbe negare che il tema dei temi, il problema irrisolto e ormai inderogabile, sia proprio quello del lavoro? E, a latere, che tale tema non porti con sé problemi collaterali: inasprimento delle condizioni, posticipo del pensionamento, flessibilità esasperata, assenza assoluta di programmazione e visione economico-produttiva?

Molti sono i libri pubblicati su tale tema, in forma di saggio, pamphlet, narrazione, ricostruzione storica, ma negli ultimi tre decenni si è gradualmente persa la volontà di capire fino in fondo, di giungere alla verità, di sviscerare ciò che, altrimenti, diventa solo rimando, traccheggiamento, ignavia e trasferimento alle generazioni future di carichi irrisolti e ancor più onerosi. È indubbiamente una verità incontrovertibile che “l’uomo occupato” rappresenti l’uomo cui si offre dignità, cittadinanza, appartenenza; ma sempre più questa verità si stinge nell’accettazione del suo opposto: la necessità dei mercati.

In un’epoca globalizzata, l’uomo occidentale sarà gradualmente equiparato all’uomo dei paesi le cui economie erano povere, livellando verso il basso non solo il tenore di vita, ma anche la dignità.

L’uomo, accettando tout court la globalizzazione (ma l’uomo in sé, l’uomo comune, ne aveva alternativa?), non può che accettare il dogma che la caratterizza: abbassamento dei costi di produzione, competitività dei prodotti, sgretolamento di tutti i diritti acquisiti in decenni di lotta. E ciò comporta, inevitabilmente, una crescente e incontrollabile instabilità del mondo del lavoro, tale per cui chiusure, delocalizzazioni, tagli strutturali, portano all’altro e nefasto effetto: un’inarrestabile emorragia di posti di lavoro.

Ma noi cosa facciamo? Cosa abbiamo fatto per frenare questa inarrestabile deriva? O forse la domanda più sensata e logica potrebbe essere: “Cosa siamo in grado di fare e cosa potremmo fare?” Perché, prima di tutto, occorre capire i movimenti dei capitali, gli andamenti economici e finanziari, gli indici di crescita/decrescita di alcuni importanti indicatori, perché è proprio in questi importantissimi fattori che si comprendono i cambiamenti epocali in atto.

Le grandi corporation governano il mondo; quelle nate in America hanno dato la stura a quella che poi è stata universalmente conosciuta come la “società dei consumi” e alcune delle più importanti banche di inizio novecento, unite alla grandi corporation stesse, hanno sparso il primo seme: “le persone non devono più essere schiave del bisogno, non devono comprare per necessità; bisogna fare in modo che il desiderio oscuri la necessità”. Non trovate che queste poche parole di Paul Mazur, uno dei banchieri di Lehman Brothers, proferite e scolpite sulla pietra nei primi anni del ’20, siano la pietra angolare di tutti ciò che ne è conseguito?

L’uomo quindi è stato emancipato dal solo bisogno, ha sempre più disimparato a riparare ciò che si guastava, per disfarsene e ricomprarlo; ha imparato, inoltre, a desiderare un oggetto, non solo a comprarlo per necessità, ha contribuito a una forsennata produzione che potesse mantenere in vita il ciclo virtuale “produzione-consumo”, essenziale linfa vitale per le società occidentali. Così facendo ha rotto il suo sodalizio con ogni valore che lo caratterizzava, cominciando a pensare non più come proletario, contadino o quant’altro, ma come l’élite dominante voleva pensasse.

E ora, dopo qualche decennio di benessere, cosa gli rimane? Il vuoto, l’assoluta mancanza di dignità e autodifesa, il completo asservimento, fisico e mentale, verso un mondo che basa proprio sull’assenza di programmazione, sulla povertà crescente, e sull’abbattimento di ogni precedente barriera, le ragioni del suo imporsi.

Difficile, anzi, enormemente difficile dare ricette… tanto più che le ragioni del mercato prevalgono su tutto; sul senso civico, sul senso di comunità e di società, sul rispetto delle attuali generazioni e di quelle future. Ma se il senso di democrazia, nato 2500 anni fa dalla lungimiranza e dallo spiccato intelletto di Pericle, aveva proprio nell’incontro e nel dialogo la sua genesi e la sua ragione di esistere, credo che l’unica reale via d’uscita dall’attuale nichilismo sia proprio l’incontro reale e non virtuale, il dialogo diretto, senza alcuna mediazione tecnologica. E il lavoro può essere uno di quei temi su cui non valga solo la legge della domanda e dell’offerta, ma l’incrocio e la sintesi di molteplici pensieri. Ogni cosa umana si è risolta così, e ne ha sancito il progresso: perché non dovrebbe valere anche per il lavoro?

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