Intervista a Rita Carla Francesca Monticelli

Oggi LibriCity Group ha il piacere di ospitare per un’intervista Rita Carla Francesca Monticelli, selezionata nel 2015 tra gli Editors’ Picks di Amazon.com e segnalata nel 2014 dal magazine Wired tra i dieci migliori autori italiani autopubblicati.

Rita Carla Francesca Monticelli è nata a Carbonia (1974). È scrittrice, traduttrice, web copywriter e blogger.

Buongiorno Rita, la tua prima passione sfocia nella laurea in Scienze Biologiche e nel ruolo di ricercatrice, tutor e assistente della docente di Ecologia presso il Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia dell’Università degli Studi di Cagliari. Poi diventi traduttrice letteraria e scientifica fino a che nel 2009 inizi la carriera da scrittrice. Quale di questi percorsi ti definisce meglio?

In realtà sono solo una parte delle cose che ho fatto. In mezzo vanno aggiunti il lavoro di web designer, per cui è nata originariamente la mia ditta individuale Anakina Web, poi convertita in servizi di traduzione, e l’esperienza come web promoter in campo musicale, che si è sovrapposta dal punto di vista temporale a un po’ tutte queste attività. Diciamo che sono una persona che non ama etichettarsi. Sono consapevole che le cose nella vita cambiano e sono sempre disponibile a vedere nei cambiamenti delle opportunità. Senza dubbio la passione per inventare delle storie è stata una costante nella mia vita e sono arrivata alla narrativa come “ripiego” per rendere le mie storie “reali” (quando una storia è scritta nero su bianco, per me è come se fosse reale). Mi sarebbe piaciuto diventare sceneggiatrice cinematografica, poiché adoro il cinema, ma di fatto le mie sceneggiature sarebbero state costrette a rimanere chiuse in un cassetto, invece i romanzi avevano maggiori opportunità di arrivare al pubblico. Quando poi mi ci sono cimentata, ho capito che la narrativa mi era decisamente congeniale e ho pensato di farne qualcosa di più serio di un semplice hobby, vista anche la mia cronica mancanza di tempo libero da dedicare ad attività non produttive, tipica dei lavoratori autonomi.

Nonostante questo, non credo che il titolo di scrittrice, da solo, mi definisca, anzi, me lo sento stretto addosso. Preferisco quello di autrice, perché ho scritto e pubblicato dei libri. Di certo sono una biologa e in generale una persona dalla mente scientifica. Se fossi più giovane, forse proverei a occuparmi a livello professionale di astrobiologia (al di là delle ricerche per i miei libri o del semplice interesse personale), che è una materia che non si discosta tanto dal campo in cui lavoravo, l’ecologia, e che unirebbe la mia preparazione e all’attrazione che ho nei confronti dei misteri dello spazio.

Un ambito in cui, invece, mi trovo sempre a mio agio è quello della didattica. Da assistente all’Università degli Studi di Cagliari facevo lezione di ecologia o di laboratorio di ecologia agli studenti e di recente, lo scorso anno, ho tenuto un corso (che spero di ripetere) di self-publishing all’Università degli Studi dell’Insubria a Varese. In entrambi i casi sentivo di fare una cosa che mi piaceva, non solo perché mi divertiva farla, ma soprattutto perché era utile agli altri.
In altre parole, non esiste una sola cosa che mi definisca. La mia “definizione” è l’insieme di tutto questo e di tutto quello che verrà. Non sono in grado di sceglierne una sola, neanche mi interessa.

Scopro dalla tua biografia che sei amante del cinema, e hai mosso i primi passi nella scrittura cimentandoti nella realizzazione di soggetti cinematografici, sceneggiature originali e fan-fiction (tra cui “La morte è soltanto il principio” ispirata al film “La Mummia” e disponibile in ebook dal 2012). Vuoi raccontarci questa esperienza?

Come dicevo, adoro il cinema, lo adoro da quando, da bambina, ho messo piede per la prima volta in una sala per guardare un film sul grande schermo, e mi sarebbe piaciuto scrivere storie destinate a essere tradotte in immagini, per cui ho pensato di cimentarmi nella scrittura di sceneggiature. Siccome vivo in Sardegna, dove non ci sono scuole di cinema, all’epoca mi sono procurata dei libri di Syd Field, che è un famoso insegnante di sceneggiatura. E poi ho provato a mettere in pratica ciò che avevo imparato scrivendo tre sceneggiature (due thriller e una commedia romantica). Rivendendole anni dopo, mi rendo conto che solo dell’ultima c’è forse qualcosa da salvare (forse!), anche se probabilmente le storie in sé non sono affatto male. Andrebbero “solo” riscritte.

Successivamente sono passata alla fan-fiction, che insieme ai media tie-in (cioè i romanzi ufficiali derivati dai film o dalle serie TV) è un po’ l’anello della catena che unisce il cinema alla narrativa. Prima ho partecipato a una fan-fiction collettiva su Star Wars, che purtroppo non è mai stata completata, e poi mi ho scritto “La morte è soltanto il principio”. Era il 2000, l’anno dopo l’uscita de “La Mummia” di Stephen Sommers e io andavo matta per quel film, ne avevo letto anche la novelization (diverse volte), e così ho pensato di scriverne un sequel, che poi è diventato alternativo rispetto a quello vero uscito nel 2001. Poi nel 2012 l’ho ripresa in mano e revisionata per pubblicarla come ebook gratuito (ovviamente, trattandosi di una fan-fiction). Due anni fa ne ho fatto una seconda edizione migliorata soprattutto a livello stilistico (fino a un certo punto, perché non avevo voglia di riscriverla da capo, trattandosi comunque di uno scritto non completamente mio). Tuttora almeno un migliaio di persone la continuano a scaricare ogni mese! Sto pensando di metterla anche su Wattpad, sebbene temo che molti dei suoi frequentatori, se sono in media abbastanza giovani, non abbiano mai visto il film del 1999 e ben presto conosceranno l’ennesimo reboot de “La Mummia”.
Mi piacerebbe riprendere in mano la trama di quella storia e tirarne fuori un libro completamente slegato dal film. Ho anche in mente la trama per due sequel, insomma ne verrebbe fuori una trilogia. Be’, forse un giorno.

Sei un’appassionata di fantascienza, soprattutto dell’universo di Star Wars, conosciuta in rete con il nickname Anakina e hai una rubrica nel podcast FantascientifiCast. Sei anche rappresentante italiana di Mars Initiative e membro dell’International Thriller Writers Organization. Di solito, chi ama la fantascienza trova stretta la realtà o ha troppa fantasia. Tu dove ti collochi?

Io scrivo tendenzialmente fantascienza hard, cioè una fantascienza legata alla scienza esistente o che potrebbe esistere in futuro in base alle conoscenze odierne, quindi sono senza dubbio molto legata alla realtà. Sono una persona creativa e so per esperienza che lavorare nell’ambito scientifico richiede creatività, ma alla fantasia amo mettere qualche paletto di riferimento alla realtà. Credo che ciò la renda più stimolante, poiché conferisce a essa l’illusione che possa accadere veramente adesso o in un futuro più o meno prossimo. Tant’è che non leggo il fantasy classico, lo trovo troppo “irreale” e quindi non riesco a immedesimarmi.

È anche vero che Star Wars è una fantascienza senza dubbio soft, ma ciò che mi ha sempre attirato di questa saga, in particolare della trilogia classica, di cui sono fan (molto meno di tutto il resto), è la storia di Darth Vader, un personaggio al confine tra il bene e il male. Ecco, io vado matta per questo tipo di personaggi: gli anti-eroi. Tutti i protagonisti dei miei libri sono anti-eroi.
E poi in Star Wars ci sono le astronavi! Datemi uno storia con aerei, navi, sottomarini o astronavi, insomma, mezzi di trasporto enormi, e farete di me una spettatrice o lettrice felice.

In Il mentore, primo volume di una trilogia, lasci entrare il lettore in un mondo londinese caratterizzato da delitti efferati, menti subdole e agenti dalle vite complicate. Nonostante il finale a chiusura, resta una porta aperta verso la vita privata del protagonista. Il che fa sorgere una domanda: La scelta di dar vita a una trilogia è scaturita dalla voglia di continuare la storia, che si prestava a proseguire, o era un progetto pianificato in precedenza?

Tutti i miei libri hanno un finale aperto, non perché io pensi sempre di scriverne un seguito, bensì perché non amo proprio le storie con la parola fine. Da lettrice mi piace immaginare ciò che accadrà dopo, senza che sia l’autore a dirmelo, e quindi questo si riflette anche nei miei scritti. Voglio che i miei lettori abbiano modo di ripensare al finale di un libro e creare un proprio seguito.

Anche “Il mentore” è nato come romanzo autoconclusivo. Non avevo nessuna intenzione di continuare la storia né di tradurlo in inglese. Poi è capitato che ha avuto più successo di quanto mi aspettassi (e l’aspettativa era bassissima, visto che fino a quel momento avevo pubblicato soltanto nell’ambito dei generi del fantastico), già in italiano, cosa che mi ha suscitato l’interesse di AmazonCrossing per l’edizione in inglese. A quel punto ho pensato che forse sarebbe valsa la pena continuare la storia. E così ho progettato gli altri due libri, “Sindrome” e “Oltre il limite”, che ho scritto a distanza di un anno l’uno dall’altro. Nel farlo mi sono resa conto che Eric Shaw meritava davvero un degno sviluppo e una degna conclusione della sua storia, indipendentemente da come sarebbero poi andati questi due libri a livello di vendite o di gradimenti di lettori. Diciamo che questi due libri sono stati scritti soprattutto per lui.

In un passo de il Mentore ci sono alcuni passi che mettono a nudo l’istinto che spinge verso gli atti efferati. Dal suo blog, l’assassino afferma: “la sensazione di controllo che si prova è inebriante, perché è proprio in quei momenti che tutto intorno prende a muoversi seguendo un disegno da me creato”. Ci potresti spiegare questo strano desiderio di un serial killer di mostrare i suoi meccanismi interni al mondo?

Il blog di Mina, in realtà, non è rivolto al mondo, ma nasce dal desiderio di questo personaggio di condividere il suo stato d’animo con il protagonista, il detective Eric Shaw. Intimamente spera che un giorno lui si imbatta nel suo blog e la riconosca. E qui mi fermo, per evitare ulteriori anticipazioni a chi volesse leggere il libro.

Come è nato il personaggio del detective Eric Shaw?

L’idea alla base de “Il mentore” è nata nel 2010, oltre due anni prima la scrittura della prima stesura del libro, avvenuta tra il novembre e il dicembre 2012 (il libro, poi, l’ho pubblicato nel 2014). Io sono un’appassionata del media franchise di CSI, in particolare la serie originale e quella ambientata a New York, ma una cosa che non amo di queste serie pensate per una TV di tipo generalista (la CBS) è che i buoni e i cattivi sono ben definiti. Il poliziotto è talmente rispettoso delle regole da diventare del tutto irrealistico. E così mi sono ritrovata a immaginare una storia che avesse come contesto le scienze forensi in cui però il protagonista fosse un detective con un bel po’ di difetti: fabbrica delle prove false per incastrare i criminali, si interessa sentimentalmente a una sua collega oltre vent’anni più giovane di lui (che è anche una sua sottoposta) e addirittura finisce per mettere in dubbio la propria fede incrollabile nell’applicazione della giustizia a tutti i costi, quando tale fede va a cozzare con i suoi affetti personali.

Quando nel 2012 ho deciso di provare per la prima volta il NaNoWriMo (una sfida contro se stessi a scrivere 50 mila parole di un romanzo dal 1° al 30 novembre), ho pensato che fosse il momento giusto per dare vita a quella storia, interrompendo per un paio di mesi la mia immersione nell’ambientazione di Marte (ho scritto la prima stesura de “Il mentore” tra i primi e gli ultimi due libri della serie di fantascienza di “Deserto rosso”).

Perché hai scelto di ambientare il giallo in Inghilterra? E inoltre, quanto ti sei documentata per adattarlo a un paese dove i sistemi di polizia sono differenti dal nostro?

Prima di tutto, non definisco questo libro un giallo, bensì un crime thriller. La differenza sta nel fatto che al centro della storia non c’è il delitto e la sua risoluzione, ma le vicende di chi investiga.

Per una trama così controversa, fuori dai soliti schemi, non solo come temi, ma anche riguardo alla loro risoluzione tutt’altro che convenzionale, ci voleva un luogo adatto, e Londra con la sua storia criminale, sia nella narrativa (tanto che “British detective” è un vero è proprio sottogenere letterario!) che nella realtà (uno su tutti il famigerato Jack Lo Squartatore), era perfetta a questo scopo. Inoltre Londra è la città che conosco meglio, dopo quella in cui vivo, ma per fortuna a Cagliari non ci sono mai stati serial killer nel senso moderno del termine e quindi non sarebbe stata una location credibile in ogni caso (né io avrei avuto voglia di scrivere di un luogo che vedo tutti i santi giorni… che noia!). E infatti io sono stata di persona nella maggior parte dei luoghi reali in cui si svolgono le scene della trilogia o comunque ci saprei arrivare senza ricorrere a una cartina.

Per quanto riguarda l’organizzazione delle forze di polizia (ma anche del sistema giudiziario), il problema del confronto con quelle italiane non si è mai posto. Prima di tutto, non so proprio nulla di come funziona la polizia in Italia, mentre su quella britannica qualcosina ho finito per impararla tra libri, film e serie TV. In secondo luogo, sul web trovi davvero di tutto. Gli stessi siti ufficiali forniscono moltissime informazioni. Pensa che ho trovato persino come ci si rivolge a un giudice nei vari tipi di procedimenti (esistono tanti modi diversi!), secondo che ci si trovi in aula o meno, e ho usato questa informazione nell’ultimo libro della trilogia, “Oltre il limite” (che uscirà il 21 maggio). Mentre facevo, inoltre, l’editing de “Il mentore”, ho frequentato un corso online sulle scienze forensi organizzato dall’Università di Leicester.

Ma alla fine tutto questo importa fino a un certo punto, poiché ho deciso di non attenermi in maniera specifica alla realtà, bensì di piegarla alle necessità della trama, come spiego nella nota all’inizio di tutti i libri. Per esempio, i miei tecnici forensi di fatto sono anche investigatori della scena del crimine e poliziotti, mentre nella realtà nel Regno Unito queste tre figure sono spesso separate. I poliziotti britannici, poi, raramente portano la pistola, poiché per farlo devono diventare specialisti nell’uso delle armi, sottoponendosi a un addestramento particolare. Guarda caso, i tre personaggi principali della storia pare che abbiamo fatto tale addestramento! Ancora, ne “Il mentore” non entro nel dettaglio riguardo ai gradi all’interno della Polizia Metropolitana di Londra. Mi limito a definire Eric Shaw e Miriam Leroux (della Omicidi) dei detective, ruolo che rappresenta solo un incarico, in pratica è un prefisso che si antepone al grado vero e proprio. Il primo libro è talmente concentrato sull’azione (ed è anche abbastanza breve) che non mi sono dilungata su questi dettagli, poiché la loro conoscenza non era essenziale alla trama, ma poi in “Sindrome”, tra le varie cose, si scopre che Eric è un detective ispettore capo e Miriam è un detective ispettore, mentre altri personaggi salgono di grado da un libro all’altro, poiché vengono promossi, e così via. Ho cercato comunque di inserire questi dettagli in maniera non invasiva, limitandomi a citarli solo laddove fosse funzionale allo sviluppo della storia o alla caratterizzazione dei singoli personaggi.
In generale, è stato un lavoro di ricerca svolto man mano che avevo bisogno di certe informazioni.

Una cosa curiosa cui ho dovuto far fronte è che recentemente la sede della Polizia Metropolitana di Londra, vale a dire New Scotland Yard, si è trasferita, dopo molti decenni. Purtroppo, dovendo scrivere la storia di “Oltre il limite” con alcuni mesi di anticipo rispetto al suo svolgimento (la storia inizia proprio il 21 maggio 2017, vale a dire il giorno dell’uscita del libro), non potevo sapere se per quella data il trasferimento nel Curtis Green Building (in Victoria Embankment, sul Tamigi, proprio di fronte al London Eye, che ha un ruolo importante nella trama) sarebbe stato completato per quella data né se in tale edificio ci sarebbe effettivamente stata una sede del Servizio di Scienze Forensi (che invece esisteva nel vecchio edificio sulla Broadway). Al che sono stata costretta a “decidere” che ci sarebbe stata, poiché avevo bisogno di una location certa per la mia storia. Magari ci ho preso, in caso contrario sarà l’ennesima licenza!

Quali sono i tuoi nuovi progetti letterari?

In questo momento sono concentrata sul completare la preparazione di “Oltre il limite”, il libro finale della trilogia del detective Eric Shaw (www.anakina.net/detectiveshaw), e sulla sua promozione. Poi ho un appuntamento cui non posso mancare nel 2018 con la quarta parte del ciclo fantascientifico dell’Aurora, cui la serie marziana di “Deserto rosso” è la prima parte. Il suo titolo sarà “Sirius. In caduta libera” e l’uscita è prevista per il 30 novembre 2018, perciò dal prossimo gennaio mi dovrò dedicare alla sua scrittura.
Si tratta di un techno-thriller fantascientifico ambientato all’inizio del prossimo secolo. È inserito cronologicamente tra la terza parte del ciclo, “Ophir. Codice vivente” (uscito lo scorso novembre), e la seconda parte, “L’isola di Gaia” (uscito nel novembre 2014).

Ebbene sì, non scrivo le mie storie di fantascienza in ordine cronologico. In realtà non lo faccio neppure all’interno dello stesso libro!
La storia si svolgerà quasi esclusivamente nell’orbita bassa terrestre e sarà ricca di intrighi e azione, ma anche, come al solito, di una certa introspezione psicologica. Avrà come protagonista e voce narrante Hassan Qabbani, che i miei lettori conoscono già bene da “Deserto rosso”.
Ulteriori informazioni sul ciclo dell’Aurora, la cui conclusione (se tutto va bene!) è prevista per il 2020, sono reperibili su www.desertorosso.net.

Per i prossimi mesi, invece, non ho ancora preso delle decisioni definitive. Ho due progetti in testa, di cui uno di non-fiction, la cui realizzazione dipende da ciò che accadrà tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, per cui non posso, neanche volendo, dare delle anticipazioni.

Di sicuro, in un modo o nell’altro, dovrò iniziare a occuparmi della traduzione in inglese di “Sindrome” e di “Oltre il limite”, poiché mi servirà averla, oltre che per i lettori anglosassoni che hanno già letto “The Mentor”, anche per poter disporre della trilogia completa in questa lingua, cosa che potrebbe facilitare la sua eventuale introduzione in altri mercati linguistici.

Non è affatto escluso che nel frattempo scriva qualcos’altro nell’ambito della narrativa (thriller o fantascienza… o altro). Chissà! L’unico modo per scoprirlo è tenere d’occhio il mio blog e miei canali social, che sono tutti accessibili attraverso il mio sito (www.anakina.net).

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