4 petali rossi. Frammenti di storie spezzate

4 petali rossi. Frammenti di storie spezzate

AA.VV.

 

Troppe volte ci sono storie che non vengono raccontate. Parole imbrigliate sotto strati spessi di silenzi che non trovano la forza di trasformarsi in grida acute e disperate. Le labbra restano serrate e ferite, a volte sanguinano come l’anima e il cuore, altre volte si sollevano appena in un impeto coraggioso ma poi tremano forte e si chiudono, senza riuscire ad emettere nessuno dei suoni distorti che mascherano un angosciante verità. Sono storie abortite, che non nasceranno mai e che anzi, spesso, portano alla morte: sono le storie delle donne vittime di violenze. Per provare a dare forza e voce ad alcune di loro abbiamo deciso di realizzare questo progetto mettendo a disposizione ciò che sappiamo e possiamo fare: scrivere. L’obbiettivo di questo libro contro la violenza è accendere una piccola luce in più in quel buio opprimente che troppe volte e ormai quasi ogni giorno, colpisce silenziosamente e si porta via una donna come noi.

Il ricavato di questo libro è devoluto in beneficenza. Pertanto, per gli interessati all’acquisto, l’invito è di effettuarlo direttamente dal sito della casa editrice Arpeggio Libero.

 

Autore: AA.VV.
Titolo: 4 petali rossi
Genere: Narrativa Contemporanea
Pagine: 144
Edito da: Arpeggio Libero
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ANTEPRIMA

Il coraggio di raccontare – di Loriana Lucciarini

Cammino in strada in silenzio. Dal sottosuolo gruppi di persone all’uscita della metropolitana, in questa New York all’ora di punta, si riversano sulla strada e formano sciami di individui che si muovono quasi in sincronia. Mi tengo ai margini, non mi immetto in quell’andare veloce e concitato. Aspetto che il fiume di gente passi e poi riprendo il mio cammino, da sola.
È già sera. La città è in pieno fermento, affascinante nell’abito scuro della notte, ingioiellata come una star dalle luci baluginanti del Midtown West, con i suoi teatri e locali della 7th Avenue.
L’aria fredda di metà novembre mi punge il viso, tiro su il bavero per evitare che mi entri nelle ossa. Ancora cinque minuti a piedi e sarò arrivata al mio piccolo monolocale al sesto piano, di un edificio nella West 53th Street.
La stanchezza del giorno mi offusca gli occhi. Finalmente venerdì. Domani sarà giorno di riposo.

Mi chiamo Selina, lavoro come addetta all’archivio di una biblioteca. Questa è l’ultima sera nella quale mi aggrappo all’illusione di aver dimenticato. All’illusione di condurre la mia tranquilla esistenza, esistenza che ho volutamente tenuto ai margini come se questo mi potesse rendere possibile dimenticare. Ma a breve le mie fragili illusioni crolleranno e le fauci del mio passato si apriranno per inghiottirmi in ricordi pieni di terrore, che in tutti questi anni sono sempre stati in paziente attesa di poter tornare.

Apro la porta e mi ritrovo nella tranquilla quiete domestica della mia casa. Accendo la radio, sintonizzata sul solito dell’appendiabiti. Sfilo le scarpe, accendo il bollitore in cucina, poi mi affaccio alla finestra e getto lo sguardo sulla città che, lentamente, si prepara ad un’altra notte inquieta e frenetica, come solo NY sa offrire. Osservo la scia luminosa delle luci dei taxi come tracce di stelle comete, a disegnare segni e linee oltre il buio della città. Sospiro mentre mi stupisco, ancora una volta, dell’effetto che questa città: grande, viva, pulsante e luminosa, provoca in me. La musica della radio è energia per la mia mente stanca, le note volano leggere nell’aria a disegnare arabeschi trasparenti di vibrazioni e suoni fusion.
Il suono del bollitore mi riporta alla realtà e mi dirigo in cucina per prepararmi una tazza calda di the al bergamotto profumato e intenso, giusto quello che ci vuole per concludere una giornata pesante. Ripasso mentalmente gli eventi principali: arrivo in biblioteca, catalogazione dei nuovi libri, ricerche su internet di alcuni autori, sistemazione di quelli riconsegnati dopo la lettura, pulizia del magazzino, rientro a casa…

“È cominciato oggi il processo al Tribunale Internazionale dell’Aja – annuncia lo speaker, interrompendo la musica e anche i miei pensieri – processo che vede imputati Kunarac Dragoljub, Kovac Radomir e Vukovic Zoran, criminali di guerra delle truppe serbo-bosniache, durante la guerra nella ex Jugoslavia.”

Un vuoto pneumatico inizia ad espandersi dentro di me.
“Nell’aula erano presenti, oltre agli accusati, anche sedici donne, vittime degli stupri commessi  della città di Foča, agli inizi degli anni Novanta”

Non sento più niente. Chiudo gli occhi, la tazza mi scivola dalle mani e si frantuma in mille pezzi, schizzando l’acqua bollente ambrata tutta attorno a me. Il cuore smette di battere, non respiro più. Nella mia mente cala il buio e poi, appena una frazione di secondo dopo, ecco che arriva il dolore. Un dolore lancinante, tremendo, improvviso. Nello squarcio di queste tenebre si scatenano i ricordi. Come un’onda furiosa che mi travolge e nella quale annego. Non esiste più questa breve parentesi di vita passata nell’oblio. Il mio passato è qui, esattamente come allora, a riscuotere il suo tributo di sofferenza e dolore. Non ho scampo, davanti alla fila delle immagini che ora esplodono con violenza dentro me.

Quando riesco nuovamente a respirare e riapro gli occhi sono di nuovo lì, a Foča, in quella maledetta estate del 1992.

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