Come creare un ponte tra culture

Leggere il libro “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” è un’avventura intrigante. Attraverso l’ironia, il sorriso e la caratterizzazione dei personaggi, una sorta di macchiette tipiche di una commedia dell’arte moderna, si può riflettere agevolmente sugli stereotipi che causano oggi, nel post moderno, un vero e proprio scontro di civiltà.

Un ascensore, il simbolo della modernità diventa teatro in cui le culture si confrontano e si scontrano alla ricerca di un punto in comune annebbiato da una certa propensione alla divisione in categorie distinte. Badate bene. Le categorie sono quei punti su cui lo studioso riesce a impiantare le sue teorie, sono le longitudini e le latitudini su cui è possibile descrivere una mappa che arrivi alla destinazione: la comprensione del reale, così complesso da sfuggirci.  Ma bisogna sempre ricordare che, la mappa non è il territorio, che la categoria deve essere usata e non usarci con il rischio di divenire stereotipo. E lo stereotipo è, come racconta ironicamente l’autore, il maggior ostacolo alla convivenza tra etnie.

Lo stereotipo partecipa e rafforza una tipica considerazione della civiltà quella che presuppone che, una cultura sia pura, sia identificabile, sia la portatrice di progresso. Se le categorie, da cui lo stereotipo deriva, servono al profano o allo studioso per orientarsi nel multiforme panorama del reale, l’esasperazione di tale strumento è un evento a volte inevitabile ma da evitare. Carl Gustav Jung, per comprendere al meglio le dinamiche dell’io, divise le sue multiple facce in una specie di grafico, a cui diede il nome di tipologia psicologica. Nel libro Tipi psicologici, propose una serie di evidenti caratteristiche basilari, non univoche, di una certa tendenza a interpretare il mondo reale e quello interiore. Lo stesso propose un romanzo/saggio, reso famoso dalla cultura new age del tempo, la profezia di Celestino, la rivisitazione “popolar esoterica” delle stesse caratteristiche di Jung. Queste erano soltanto la modalità di studio, di approccio alla prima comprensione dell’immenso pozzo che è il nostro inconscio. Nessuna delle seguenti tipologie va esasperata o considerata unica e predominante, poiché questi modelli, queste riproduzioni, servono solo come primo mezzo di incontro. I dettagli, le sfumature, cosi come le esperienze personali e le identità culturali, formeranno quella che è, e deve restare, una personalità umana e dunque sfaccettata.

Pertanto, tornando agli stereotipi, qualora noi non usiamo le categorie ma ci facciamo usare da esse, considerandole prigioni rigide, intaccabili e immutabili, chiudiamo la complessità della vita nella banalità, più limitante, per noi e per l’altro. Stereotipo è il mezzo più comodo per incontrare l’altro, ma anche il più autoritario e dittatoriale, tende a ridurre la complessità nell’unicità facendoci perdere il gusto del viaggio verso l’altro.

Lo stereotipo nell’incontro culturale, ma anche umano, con l’immigrato, che è soprattutto persona, lo rende preconfezionato e distorto. Impedisce, cioè, una reale visione, una vera percezione della complessità di un essere vivente considerato alla stregua di una maschera, di una macchietta, di un concetto. Ma, lo dobbiamo ripetere, la mappa non è il territorio e la foglia è più della mera rappresentazione scientifica che la riduce a un agglomerato di cellule vegetali partecipi della fotosintesi, emanazione dell’albero. La foglia è un vivente che, se osservata, mostra le sue impercettibili differenze. Ed è così l’essere umano a prescindere dalla sua nazionalità o cultura. Un tunisino, un italiano, un polacco e via dicendo sono prima che appartenenti alla nazione, persone, ognuna con la sua storia, il suo bagaglio di esperienze la sua curiosità, l’insieme di emozioni che predominano o non predominano nella psiche. Ogni uomo è una corda di arpa che a contatto con una mano eterna suona una diversa nota e che assieme compongono una melodia. È questa differenza fondamentale che viene plasmata dal costume del paese di appartenenza, dalla storia, dall’ambiente fisico, dagli assunti culturali, ma ognuna in modo diverso, in modo unico e irripetibile. Privare l’incontro di persone provenienti da diversi mondi, paesi, quartieri, nazioni, è privare l’essenza stessa della sua radice, della sua natura ossia la differenza.  Una cultura, cosi come spiegato da Franco Cardini, non può essere libera da contaminazioni. Non esiste una cultura totalmente autoctona. La cultura nasce dal contatto, da scambi commerciali, da contrasti e da aggiustamenti. È il confronto, a volte lo scontro, che la rende viva e non decadente. Senza questo scambio, chiusa in se stessa, vittima di contraddizioni interne causate dall’avanzare dei tempi, dalla modernità, che volente o nolente, influisce sull’ambiente e sulla storia, rischia di implodere e crollare. Tutte le culture e i paesi rinchiusi in sé stessi rischiano l’estinzione, se non si aprono all’esterno.

Pertanto, ogni cultura, così come prodotto umano, non può essere pura. La cultura è sfaccettata, multiforme, adattabile e ha bisogno, necessità, urgenza, per non divenire decadenza, di fare dell’incontro con l’altro. Di fare della condivisione e del confronto il suo mantra e la sua ragione di esistere.

In questo quadro, totalmente opposto alla rigidità strutturale, non hanno posto gli stereotipi. Una comunicazione, perché di questo si tratta, non può nascere e prosperare se ci si scambiano solo preconcetti. Se l’altro viene rinchiuso in una serie di frasi fatte, di ovvietà, di pregiudizi. L’informazione che ne deriva è cosi alterata, da non poter essere più specchio dell’altro, terreno fertile di costruzioni sociali alternative e perché no, di ripensamenti sugli assunti culturali che facevano da perno al vecchio modo di guardare. Ecco che creare una società multietnica presuppone un’apertura mentale in grado di “servirsi” dei diversi schemi mentali, per confrontarli, per osservarli e per creare il nuovo. Senza il nuovo la civiltà si chiude agli stimoli esterni, rischiando di imputridire.

L’immagine del ponte tra culture presuppone proprio questo, la possibilità di passare da un significato a un altro, di camminare in un terreno ricco di tanti significati, di tante esperienze, e non farne sovrana soltanto una.  E da questo scambio, trarre gli elementi per destrutturare e ricostruire una società corrispondente e adattabile alle diversità storiche, ambientali ed emotive. Perché se il mondo attorno a noi cambia e viene trasformato, noi dobbiamo essere cosi flessibili e capaci di cambiare e modificarci assieme a lui.

Tessere reti di relazioni, individuare punti intermedi, ricchezze da tenere in considerazione, impegnarsi nel contenere le risposte immediate e istintive (rabbia, accuse, teorie del complotto) e trasformarle in momenti di costruzione e di crescita, è questo che ci insegna il libro in questione.

Ci aiuta ad applicare un’abitudine non più dualistica amico/nemico ma ternaria: amico/mediatore/nemico. Solo cosi è possibile conciliare le diversità, eliminare gli elementi dissonanti e contrastare le reciprocità cariche di pregiudizi, potenzialmente e concretamente conflittuali.

Il comprendere le motivazioni e i sentimenti, contemplare che, nell’evento migratorio, possa essere inserita la curiosità e non solo la nostalgia o la convinzione di essere portatori di una civiltà predominante, può farci comprendere come la vecchia e stantia logica vincitori/vinti, dominati/dominanti, sottomessi e padroni, è in realtà un modo di pensare fondamentalmente illusorio e privo di una reale validità scientifica.

Più le relazioni sociali, interpersonali, sono complicate dalla presenza di stereotipi, più sembra progressivamente necessaria e inevitabile una figura di riferimento che possa mediare, cosi come sceglie di agire Amedeo.

E’ Il conflitto quello che rimane sempre sullo sfondo, anche se non si manifesta apertamente, il vero problema complesso della cultura di oggi, derivato dalla convivenza e dal confronto fra diversi sistemi non solo culturali ma semantici, di significato, da punti di vista, progetti di vita che si concretizzano nel conflitto politico, sociale economico, cosi come è espresso dai vari racconti che fanno da coro a una vicenda apparentemente semplice e chiara. E’ il bagaglio emozionale a renderla complessa cosi come accade nel mondo multietnico di oggi

Una delle ragioni che emerge dal testo, e che si fa protagonista del permanere e dell’accentuarsi di questo conflitto, è da individuare nella contraddizione fra un mondo che si unifica e una incapacità di pensare queste trasformazioni.  La paura dello straniero e della sua contaminazione culturale è un modo per dare visibilità a mondo globalizzato, più difficile da capire e concettualizzare, e spiega la realtà di culture nazionali create artificialmente, spesso senza un vero consenso dei cittadini, solo da un paio di secoli. Le paure aumentano con il dilagare di guerre e disastri naturali e dall’aumento di una mobilità generale che non dà più protezione. Il diverso, considerato un tempo interlocutore del divino, grazie alla razionalità e al metodo della ricerca, diventa il nemico, l’altro da sé. La paura del nemico nasce in epoca di crisi ed è la paura che elementi estranei si infiltrino, inducendo un cambiamento che coglierebbe impreparati i protagonisti dello stesso.

Imparare a mettersi nei panni dell’altro, usare la facoltà umana dell’empatia, ma soprattutto lasciarsi guidare dalla curiosità, senza più paura del potere creativo, dono antico di una divinità ridente, è uno dei mille segreti che il libro elargisce attraverso le sue pagine. Noi siamo più di una nazione, di una cittadinanza, o di un’appartenenza: siamo esseri umani alla ricerca di noi stessi. E non importa dove lo troviamo questo noi, in ogni terreno esso possa germogliare, se al di fuori delle leggi umane, per allinearsi con quelle che alcuni chiameranno divine, e che Gregory Bateson chiamò ecologico-adattative.

In fondo siamo questo, organismi che per vivere davvero, trovano il loro peculiare posto nel grande arazzo della vita. Un arazzo che non sarà mai, e sottolineo mai, monocolore.

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