Il dominio dei mondi: l’angelo nero – di Nunzia Alemanno

Il dominio dei mondi: l’angelo nero

di Nunzia Alemanno

 

Karl aveva appena sei anni quando nonna Amanda aveva iniziato a leggergli ciò che aveva scritto suo padre. Sembrava l’inizio di una favola, invece si rivelò il principio di un incubo. Nella tranquilla Silkeborg, in Danimarca, ebbero inizio gli eventi e fu in una sala dei giochi che il piccolo Karl fu rapito e condotto in un mondo sconosciuto. In questa terra lontana è oppresso dalla persecuzione di Elenìae, la perfida strega di Castaryus. Ella ambiva al suo cuore da immolare durante un rito sacrificale e ciò, secondo l’antica profezia, le avrebbe reso il potere con cui governare sulle galassie dell’universo. Sono trascorsi vent’anni dalla dissoluzione di quest’incubo. Vent’anni, da quando il rischio di uno schiavismo planetario è stato scongiurato. Vent’anni, da quando si festeggiò la vittoria e si pensò che il male non sarebbe più tornato. In passato fu nonna Amanda a scoprire, attraverso il racconto di Albert Overgaard, il padre di Karl, ciò che suo nipote stava affrontando in una terra lontana e oggi, riprendendo la lettura del manoscritto, Amanda scopre una realtà sconcertante. L’incubo non è finito e la vita del suo adorato Karl, oggi quasi trentenne, è ancora in pericolo.

 

Autore: Nunzia Alemanno
Titolo: Il dominio dei mondi: l’angelo nero
Genere: Fantasy
Pagine: 300
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Alcuni mesi prima

Non riusciva a ricordare quando era stata l’ultima volta che aveva dormito così tanto. Le dieci e trenta del mattino non era certo un orario che poteva permettersi per il risveglio. Studio, lavoro e divertimento la facevano da padrone riempiendo la sua vita come fa un buon vino rosso in una fiaschetta che non si sarebbe mai svuotata. Era la sua prima giornata libera, un giorno di beata quiete prima della grande tempesta. Una quiete che doveva essere ben gustata. Il colloquio di lavoro che lo attendeva nel pomeriggio doveva filare liscio, senza intoppi. Achim Schneider, l’Amministratore Delegato della Deutscher Kybernetiker Verein, una delle più rinomate società tedesche nell’ambito della cibernetica e della robotica avanzata, lo avrebbe ricevuto di lì a poche ore e dall’esito di quel colloquio sarebbe dipesa la sua vita. Quei lavoretti saltuari che lo avevano tenuto occupato fino a quel momento e lo avevano mantenuto all’università, ormai se li era buttati alle spalle. Era giunto il momento di pensare in grande e dare una svolta definitiva alla sua vita.

La Deutscher Kybernetiker Verein era sempre stata uno dei suoi obiettivi primari, uno di quei traguardi che si sognano per tutta la vita, tanto che Karl preferì frequentare l’università in Germania scegliendo facoltà che lo avrebbero contraddistinto per la sua competenza e capacità e l’annuncio di quel solo e unico posto disponibile nei laboratori dell’azienda, lo mise in subbuglio. L’amministrazione accolse migliaia di curricula provenienti da ogni parte del mondo. I suoi laboratori ospitavano menti ingegnose. Raccomandazioni e favoritismi non sarebbero stati concessi, nessuno avrebbe ottenuto l’assunzione senza prima una profonda analisi della sua conoscenza e preparazione. Solo per lo smistamento dei curricula ci vollero due mesi, finché alla fine, la lista dei candidati, si ridusse a venti.

“Pronto? Ehi, tesoro…”.
“Mamma…” aveva urlato al telefono due giorni prima “… ce l’ho fatta mamma…”.
“Come?”.
“Cioè… non è che ce l’ho fatta. Prima avevo una possibilità su diverse migliaia per essere preso in considerazione. Ora ho una possibilità su venti per essere assunto. Mi hanno contattato oggi, ho un appuntamento tra due giorni per un colloquio”.
“Karl, è fantastico! È una notizia strepitosa! So che ce la farai, ho sempre creduto in te e nelle possibilità che hai di realizzare tutti i tuoi sogni”.
“Grazie mamma, sentirti dire queste cose mi riempie di fiducia, anche se so che ogni madre parlerebbe così al proprio figlio”.
“Tesoro, non lo dico per dovere di madre. Lo penso davvero”.
“Sì, ce la farò, ce la devo fare. È importante per me”.

Le dieci e trenta.
Le campane della piccola chiesetta non molto lontana dalla periferia di Hannover avevano emesso dieci rintocchi, più uno dalla tonalità più acuta. Le aveva sentite echeggiare al suo risveglio o forse era stato svegliato proprio da quelle tonanti melodie e, allo scadere dell’ultimo suono, era già in pantofole pronto per la doccia, non prima, però, di aver salutato la sua amica.

“Buongiorno Brucola. Come dici? Hai fame? Beh… è un po’ tardi stamattina, hai ragione. Abbi un po’ di pazienza che arriva la pappa”.

La piccola Brucola aveva appena venti giorni. Erano nate in sette, nel fiorente giardino dell’amico Aaron, con cui aveva frequentato gli ultimi anni di università alla facoltà d’ingegneria elettronica. Una delle uova non si era schiusa. Dalle altre sette invece erano sbucate, un po’ per volta e impacciate, minuscoli esemplari di Testudo hermanni che, come vivaci bottoni a quattro zampe avevano dato vita a quel piccolo fazzoletto di terra, da un po’ dormiente.

“Spero che tu sia una femmina, sai?” le diceva mentre spezzettava piccolissime porzioni di lattuga. “Sarà un problema dopo cambiarti il nome. Passare da Brucola a Bruco non la vedo una scelta esaltante”.

Aveva improvvisato un tartarugaio in una grossa scatola di cartone, dove erano deposti dei vecchi scarponi che non indossava più. Lo aveva riempito con alcuni centimetri di terriccio che aveva prelevato dal giardino del palazzo, il piccolo coccio di una tegola rotta era stato sistemato in un angolo della scatola e fungeva da riparo, mentre nel coperchio di un barattolo erano stati versati pochi millimetri di acqua, dove, spesso e volentieri, la piccola Brucola si tuffava goffamente riducendo il liquido, all’origine limpido e trasparente, in una poltiglia fangosa. Un piccolo foro del diametro inferiore a due centimetri, delimitava la parte anteriore della scatola e la piccola tartarughina non perdeva occasione per affacciarsi e godersi il panorama esterno.

 

La tiepida cascata che fluiva dallo speciale braccio doccia irrorava il viso di Karl, rilassato sotto la sua carezza. L’aroma di borotalco che emanava il nuovo doccia schiuma addolciva ancor più quegli istanti di riposo, di pulito. I suoi ricordi di bambino si risvegliarono rammentando sua madre che lo imbiancava tutte le volte con quella profumata polvere bianca, subito dopo il bagno.

Aveva tagliato i capelli il giorno prima, doveva presentarsi in ordine al suo appuntamento, doveva dare una buona impressione. D’altronde anche l’aspetto fisico ha la sua importanza, così come avviene spesso per un libro. Si è attratti principalmente dalla copertina e dal titolo che vi è impresso, un’analisi più approfondita della trama e di tutto il resto, avverrà soltanto dopo. Bastarono poche gocce di shampoo per dar vita a una bianca esplosione spumeggiante che, sotto l’azione del massaggio, scendeva docile sul suo viso, poi Karl spostò ancora un po’ il miscelatore verso l’acqua fresca. L’innaturale caldo settembrino era tale da rendere ancora piacevole gingillarsi sotto i freschi zampilli della doccia. Il suo corpo divenne brioso e piacevolmente appagato. Si lasciò poi avvolgere dal morbido e grande accappatoio di spugna, dove vi rimase per un po’ immerso nei suoi pensieri.

Era mezzogiorno.
Poiché aveva saltato la colazione, decise quindi di pranzare prima. Qualcosa di leggero. Una grande insalatiera fu colmata da una ricca varietà d’ingredienti, dall’insalata mista ai cubetti di mozzarella, dall’uovo sodo alla maionese, dai chicchi di mais ai filetti di tonno, il tutto condito con olio d’oliva, aceto e poco sale.

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