Piangere non serve – di Antonella Sacco

Piangere non serve

di Antonella Sacco

 

Martina, 17 anni, arrabbiata con i genitori per la loro separazione, decide di trascorrere senza di loro un mese d’estate in un paesino di montagna, anche se è sicura che si annoierà a morte.
Ma non è così: conosce una coetanea con cui passare il tempo e divertirsi, uno scultore scorbutico ma interessante che abita in una strana villa e poi Edo, un ragazzo affascinante con cui sembra avere davvero molte cose in comune.
Fra Edo e Martina nasce una forte attrazione che potrebbe trasformarsi in un sentimento più profondo se non fosse che alcuni particolari inducono la ragazza a dubitare che lui sia sincero. E giunge un momento in cui Martina si trova davanti a una scelta difficile.

 

Autore: Antonella Sacco
Titolo: Piangere non serve
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 153
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Una domenica di maggio. Lui, mio padre, se ne va.
Mi saluta come se uscisse per andare in ufficio, un giorno qualunque: “Ci vediamo presto.”
Presto. Non a pranzo. Non a cena. Nemmeno domani. Forse il prossimo fine settimana. O quello dopo.

E così è finita.
Aspettavo e temevo questo momento da quando, trentasette giorni fa, con cautela e imbarazzo, mi hanno dato la notizia. Mi hanno spiegato che erano molto dispiaciuti per me, ma che la loro decisione era irrevocabile e definitiva e, alla lunga, si sarebbe rivelata positiva per tutti noi. Solo allora mi sono resa conto che avrei dovuto prevederlo, captare i segnali che da mesi aleggiavano nell’aria, capire che i silenzi lunghi intere giornate in cui si erano trasformate le loro discussioni accese indicavano chiaramente che la fine si stava avvicinando. Avrei dovuto prevederlo anche se, comunque, non avrei potuto impedirlo.

Fisso la porta che ho chiuso io stessa alle sue spalle, mentre scendeva il terzo scalino. La esamino, ne scruto ogni minimo dettaglio: è robusta, di legno scuro, noce forse; ha una doppia serratura di sicurezza e la maniglia dorata, mentre i cardini sono neri; al centro una vite, in corrispondenza del pomello situato sulla parte esterna.

Passi dietro di me. Mia madre.

“Che fai?”
“Niente.”
Scappo in camera e metto un po’ di musica. Qualcosa a caso, non mi interessa cosa, non l’ascolterò. Ho solo bisogno di un po’ di rumore. Molto rumore, per non sentire i miei pensieri e riempire il vuoto che mi si è spalancato dentro.

Lei non sopporta la mia musica, ma stamani non si presenta, come al solito, a protestare per il volume troppo alto. La odio. E odio anche lui. Per quel saluto senza rimpianto. Piangere non serve, mi ripeteva quando ero piccola, ogni volta che mi sbucciavo un ginocchio o mi capitava un piccolo incidente. Io non versavo nemmeno una lacrima.

Neanche adesso piango. Non serve.

Passerà, mi dico. Tutto passa e si scorda, come ho letto in un’intervista a Mick Jagger che ho trovato in un vecchio ritaglio di giornale che lei custodiva con cura. Non riesco a stare ferma, percorro la camera in lungo e in largo come una tigre in gabbia. Dalle foto appese al muro Brad Pitt e Rihanna sembrano prendersi gioco di me, soffoco l’impulso di strappare quelle immagini. Basta anche con la musica.
Esco.

I marciapiedi scorrono veloci sotto i miei passi, mentre spio nelle targhe delle auto la presenza di qualche messaggio in codice: nessuna rivelazione.

Manca poco alla piazza, quando le mie orecchie percepiscono un rumore familiare e inconfondibile: il Liberty di Chiara. Lei sa che oggi era il giorno, è la mia migliore amica. Tutto insieme uno stridere di freni, quelli del suo motorino e quelli dell’auto che la segue, un suono di clacson. Si è fermata appena mi ha vista, senza curarsi di controllare se aveva macchine dietro di sé.

“Se n’è andato?”
“Sì. Da un’ora e diciassette.”
Scende di sella e mi abbraccia. “Andiamo un po’ in giro.”

Salgo dietro di lei, che parte subito, senza guardarsi alle spalle, costringendo un altro automobilista a una brusca frenata. Nonostante la stagione c’è una velata foschia ma Chiara imbocca la strada che porta in collina, nostra meta consueta quando vogliamo parlare o quando ci girano molto le scatole e non vogliamo neppure parlare. Si ferma al belvedere, da dove, nelle giornate limpide, si domina la città. Camminiamo un poco in silenzio. Mi chino a raccogliere un sasso e lo lancio oltre il parapetto, giù per il pendio. Ruzzola a lungo, lo seguo con lo sguardo finché si perde in una siepe. Non sopporto questa quiete. Torno verso il motorino.

“Posso guidare?” Domando. Lei mi porge le chiavi.
“Piano.” Protesta allarmata quando il Liberty si impenna un poco. La mia mano dà gas, il massimo che si può con le curve che devo affrontare. In pochi minuti arriviamo in centro: intorno a noi non più la campagna sonnolenta, ma la folla dei turisti e degli sfaccendati, i vucumprà, i suonatori ambulanti.

Ci infiliamo nel nostro negozio preferito, sempre aperto anche nei giorni festivi. Musica per gli occhi e per le orecchie. Mi aggiro fra i cd, ma non riesco a fermare la mia attenzione su niente. Chiara parla con un commesso del concerto che Vasco terrà a Pistoia e poi compra il biglietto.

“Non lo prendi?” Mi domanda.
Scuoto la testa.
Lei insite: “È una vita che abbiamo deciso di andarci.”
“Non mi va.”
“Allora lo prendo io per te. Sono sicura che cambierai idea.”

Quando sta per pagarlo mi arrendo e tiro fuori delle banconote dalla tasca dei jeans. Forse mia madre avrà qualcosa da obiettare per il fatto che è a Pistoia, ma questo non mi preoccupa, anzi: sono abbastanza grande per la loro separazione, no? Quindi lo sono anche per il mio concerto.

All’una meno venti Chiara mi lascia sotto il portone. Salgo lentamente le scale e il sottile conforto rappresentato dalla sua vicinanza si scioglie. Sto ancora lottando contro il vuoto che ho dentro. Tutto passa e si scorda. Tutto passa e si scorda: DEVE essere vero. Davanti alla porta non so risolvermi a infilare la chiave nella toppa, rientrare non è affatto ciò che desidero. Vorrei essere lontano. Molto lontano.

Non ho fame, ma mi costringo a sedere a tavola, tanto da ora in poi sarà sempre così. Lei parla poco, io per niente; la sua conversazione è limitata a: Vuoi dell’acqua? Mi porgi il pane? Frasi inutili per spezzare il silenzio e fingere che non ci sia niente di diverso, che l’assenza di mio padre, insolita nei giorni di festa, sia un dettaglio senza importanza, ma la cosa è qui, insieme a noi: sulla sedia vuota, nell’armadio di camera ormai tutto per lei, sulla mensola grigia del bagno da cui sono spariti il rasoio e la crema da barba.

Il pranzo dura poco, neanche lei aveva voglia di mangiare.

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