Leggere in carcere

Nessun vascello c’è che, come un libro, possa portarci in contrade lontane ( E. Dickinson)

 

Secondo dati che risalgono al 2013 in  un interessante ed esaustivo artico di Giulio Marcon si riportano le percentuali dei titoli di studio della popolazione carceraria: il 33.3% ha conseguito la licenza di scuola media inferiore, il 13.4% ha terminato la scuola elementare, il 3.55% non ha alcun titolo di studio, l’1.3 % è analfabeta, i detenuti con il diploma di scuola media superiore sono il 5.1%, i laureati l’1%. Restano sconosciuti i titoli di studio di più del 40% dei detenuti, presumibilmente stranieri, per i quali è difficile accertare il titolo di studio conseguito.

Nel 2013 l’istituto penitenziario di Pisa, insieme all’associazione Antigone, e aiutato finanziariamente dall’8×1000 della chiesa Valdese, ha promosso il progetto “Libri in carcere”: partendo dunque dal carcere di Pisa e estendendosi successivamente ad altre carceri toscane e ad altre regioni come Lazio e Lombardia, si sono donati alle biblioteche carcerarie circa 10.000 volumi e  organizzati laboratori di scrittura e lettura; a queste attività hanno partecipato personalità note nel mondo culturale e letterario, fra gli altri Stefano Benni, Ascanio Celestini, Gad Lerner.

In un articolo sul Corriere della Sera del gennaio 2014, firmato dalla giornalista Gemma Trevisani, si riporta la classifica dei libri più richiesti dai detenuti: gialli scandinavi, storie vere e romanzi sulla mafia; gli autori più richiesti sono Camilleri, Faletti, Deaver. Quello che salta all’occhio è che, nonostante il basso livello di scolarizzazione fra detenuti, le preferenze letterarie all’interno del carcere rispecchino all’incirca le classifiche di vendita delle librerie.

È datato invece 1 dicembre 2016 l’articolo on line sul sito coratoviva.it dove si annuncia che la regione Puglia ha presentato il progetto “Parole senza barriere”. Il fine è quello di  promuovere la lettura nelle 11 carceri pugliesi e permettere “un’evasione lecita”. Si può imprigionare un corpo, ma non la mente e attraverso la lettura è possibile liberare lo spirito, conoscere meglio se stessi e gli altri, e rimanere in contatto con il mondo che sta al di là della sbarre.

Una delle iniziative più recenti riguarda invece il comune  di Parma con il progetto “Leggere in libertà”: è sostanzialmente un accordo di collaborazione fra il sistema bibliotecario del comune di Parma e l’Istituto Penitenziario di Parma. In concreto le biblioteche comunali prestano i libri a quelle dietro le sbarre. Ad organizzarle e gestirle sono gli stessi detenuti, dopo un corso di formazione di circa 5 mesi. Grazie a questo progetto nel carcere parmense sono nate ben due biblioteche che sono lo specchio di quelle civiche: in solo 9 mesi sono arrivati in carcere 1000 volumi.

Un esercito di volontari, di politici, scrittori e giornalisti si adopera, in tutta Italia, a promuovere la lettura nelle carceri. Se infatti siamo d’accordo sul concetto che la detenzione debba avere, oltre allo scopo punitivo, anche quello riabilitativo, è  d’obbligo che la lettura sia lo strumento principale del percorso.

Non voglio qui prendere in considerazione gli iter scolastici che i detenuti possono frequentare ottenendo un titolo di studio come la licenza media inferiore o il diploma, ma soffermarmi sui libri che desiderano tenere in  mano al di là dell’obbligo scolastico, che obbligo non è , dato che rimane una scelta loro decidere se terminare gli studi in carcere.

Il fatto che, come scritto sopra, gli autori che vanno per la maggiore “dentro” siano gli stessi che vanno per la maggiore “fuori”, ci fa capire come la natura umana, nell’evasione della lettura, sia più simile di quanto pensiamo. E questo non solo per il gusti letterari; mi viene in mente infatti come “The white album” dei Beatles, di grande successo mondiale, fosse anche il più ascoltato da Charles Manson.

Mi piace pensare che nonostante gli errori, le colpe più o meno gravi commesse, la natura umana abbia un solo denominatore comune per quanto riguarda la ricerca di una fuga dalla realtà. Leggere per un detenuto è forse l’unico modo (insieme allo scrivere) per sentirsi libero e uguale a chi non ha barriere intorno a sé. Leggendo gli stessi libri, vivendo le stesse storie, conoscendo gli stessi personaggi si resta in contatto con il mondo “al di fuori” annullando le differenze. È per questo, credo, che si riesce a creare una sinergia comune fra associazioni di volontari, istituzioni statali e personalità del mondo della cultura per dare vita a questi progetti. Il fine comune è non allontanare nessuno dal mondo che lo aspetta fuori dal carcere, alimentare un canale di unione fra “dentro” e “fuori” .

Un altro aspetto estremamente importante della necessità di leggere dei detenuti è il seguente: leggere aiuta a non lasciarsi andare, aiuta a sognare, a vivere in una realtà che non è quella che ci circonda, sentendoci parte di una vita che non è la nostra. Quante volte, finendo un libro, ci siamo sentiti come se ci avessero portato via un amico? Come se, avendo chiuso il volume, avessimo chiuso un capitolo della nostra vita? A tutti noi lettori accaniti è nota questa sensazione. Questo è possibile perché, durante la lettura, noi non eravamo seduti sul treno o sul divano di casa, ma eravamo lì, insieme ai nostri personaggi, abbiamo sofferto e gioito con loro. E allora pensiamo a quanto può essere vitale ed essenziale questa sensazione per chi, alzando gli occhi, vede solo pareti.

Non voglio con questo affermare che un libro, per quanto eccellente, sia la soluzione per il recupero di ogni carcerato. I percorsi di riabilitazione sono estremamente complessi e sfaccettati, ma la lettura  può contribuire al successo di ciascuno di questi.

Sono esclusi da questi mie personali riflessioni tutti coloro che, oltre ad essere stati ritenuti colpevoli, sono stati riconosciuti affetti da forme di sociopatia, psicopatia o turbe mentali: per questi ultimi infatti non si può parlare di riabilitazione o rieducazione alla società ma di  inserimento in un percorso medico adeguato alla gravità della patologia.

3 pensieri riguardo “Leggere in carcere

  1. Sono d’accordo sull’utilità della lettura, sia in questo contesto (carcere) sia in qualunque altro.
    Mi ha stupita e mi lascia un po’ da pensare il fatto che i libri preferiti dai detenuti siano gialli e storie di mafia. Mi sarei aspettata qualcosa di diverso o, almeno un po’ diverso: in questi libri si parla di delitti e crimini e chi è in carcere ha commesso (o è stato accusato di averlo fatto) qualcosa del genere, anche se non sempre così grave. Voglio dire che come “evasione” mi sembra poco “evasione”.
    Forse la teoria che afferma che leggiamo gialli perché ci rassicura il fatto che alla fine i colpevoli vengono scoperti e puniti, in qualche modo, vale per tutti, fuori e dietro le sbarre.

    1. Io al contrario non sono sorpreso. Ogni uomo, per quanto riesca a dominarlo, ha nel profondo il suo lato oscuro e malvagio. La lettura di generi cruenti, a volte persino disumani, è proprio ciò che permette al lettore di dar sfogo a quel lato oscuro, agli aspetti più negativi di sé. In fondo lo scopo di ogni tragedia è la catarsi finale. Liberazione.

      1. Sì, in parte è certamente così. Ed è – credo – quella parte che poi cerca la rassicurazione del “lieto fine” (non permettere al male di trionfare, cioè).
        Ma lo stesso avrei pensato anche ad altre letture, su temi diversi.

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