La caratteristica “L” – di Nicola D’Agostino

La caratteristica “L”

di Nicola D’Agostino

 

Seguendo il tracciato del romanzo, ad una prima parte ove si descrivono situazioni e sentimenti ben noti a chi ha svolto il servizio obbligatorio di leva, segue una seconda dove l’attenzione di chi legge è come sospinta da una forte accelerazione, quando il narratore parla del suicidio di Antonio. Qui il romanzo, da autobiografico, prende quasi le distanze dal vissuto personale per addentrarsi in una situazione tragica, misteriosa, dal profilo di un giallo denso di suspense, diventa all’improvviso un pezzo forte, drammatico, che attanaglia il lettore e lo costringe a proseguire ininterrottamente nella lettura per conoscere il seguito, il finale, un finale imprevedibile e inatteso.

 

Autore: Nicola D’Agostino
Titolo: La caratteristica “L”
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 112
Edito da: Schena Editore
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ANTEPRIMA

Prologo

Una sera dei primi di Settembre del 1987, quando mancava ormai poco al termine di quell’assurdità, andai a mettere in moto il pulmino per le solite  spesucce di  tutti e portare viveri al distaccamento. Mi accinsi ad entrare nel box. Il Pulmino era in moto e si udivano bene  i gorgoglii dell’acqua in ebollizione.  Dentro,  sul primo sedile posteriore,  era riverso il Nocchiero di Porto  Antonio Gusci. Il tubo di gomma usato per il lavaggio dei mezzi era infilato nel terminale della marmitta e l’altro capo, bloccato dal cristallo  di un finestrino,  terminava nell’abitacolo, denso di fumi di scarico. I vetri erano stati tutti chiusi, a parte quello da dove passava il tubo. Velocemente tirai fuori Antonio e spensi il motore. Trascinai il corpo all’aria aperta e non sapevo cos’altro fare. Lo schiaffeggiai e gridai aiuto. Da quella distanza non mi sentiva nessuno. Andai di corsa verso gli uffici e poco dopo giunse un’ambulanza dall’Ospedale Militare. Non servì. Antonio era già morto.

SEDICI MESI PRIMA

A quei tempi andavano in voga due correnti di pensiero di carattere generale intorno alla naja.

In base alla prima la ferma obbligatoria, oltre a rappresentare un sacrosanto dovere verso la Patria in difesa da possibili attacchi di nazioni ostili,  era da considerarsi un momento di maturazione di giovani individui, specie quelli provenienti dalle zone più povere e disagiate.

Costoro, attraverso i doveri imposti, anche se relativi ad umili mansioni, si sarebbero responsabilizzati formandosi  il carattere  grazie ad un regime di disciplina e forzosa socializzazione fuori dall’ambiente famigliare.

In base alla seconda,  l’assunto che il servizio di leva potesse garantire una difesa dello Stato come il nostro, anche di minima efficacia, costituiva  un scusa bella e buona,  perché, a parte rare eccezioni relative a singoli corpi specializzati e motivati,  la maggior parte dei giovani venivano impegnati a dare di ramazza o poco più in strutture fatiscenti con lo scopo chiarissimo di  consentire ad un organismo,  male organizzato per gli scopi suoi propri  e corrotto più o meno a tutti i livelli,  di mantenere sé stesso a spese di tutti.

Il fatto poi che la leva potesse favorire in alcuni casi la crescita personale rappresentava  una mera eventualità per qualcuno, un fatto accidentale non previsto la cui casualità non poteva certo costituire un serio motivo di sopravvivenza di un servizio che non era nato con quegli scopi. E poi che c’entra, tutto fa esperienza, anche uccidere: e allora? Inoltre questa maturazione personale era da ritenersi alquanto improbabile,  perché il cuore  della naja era costituito  solo da continue frustrazioni e si sarebbe comunque potuta raggiungere ben prima e proficuamente destinando quelle risorse economiche in investimenti a favore  dei giovani. Meglio un Esercito di professionisti.  Per non parlare dei suicidi continui di cui  quasi non si trovava  più notizia sui media.

Io ero tra questi ultimi raffinati pensatori. Non che avessi qualcosa contro l’ambiente militare in sé e per sé. Tutto serve. Ma è risaputo che è sempre il come a fare la differenza tra il bene e il male. Così, pur di sbrigarmi, non andai tanto per il sottile; non cercai di svolgere il servizio civile quale obiettore di coscienza, né tentai di partecipare alle selezioni per diventare ufficiale di complemento e risparmiarmi così ciò che poi accadde. Sapevo che qualcosa sarebbe successo. Ci sono cose che avverti sin dall’inizio, sai che accadranno, che non sono buone, ma non le vedi e non puoi fare nulla per evitarle.

In ogni caso,  anche se avevo questa specie di premonizione, se devo essere sincero, per quanto me ne infischi alquanto della sincerità, come dopo dirò, la verità vera è che la presi male sin dall’inizio. Come un bimbo al primo giorno di scuola elementare.
Proprio male.

Davanti a me era seduto uno con la testa  quasi pelata e perfettamente tonda. Mi venne voglia di prenderla a calci, ma mi trattenni.   Ero ancora una personcina ammodo. Era la metà del mese di Aprile del 1986 e il caldo si faceva già sentire. Su quel pullman l’odore dei nostri indumenti pregni di sudore si mescolava con un olezzo ancor più disgustoso di lubrificante bruciato.

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