Qualcuno che ti protegga – di Francesco Zampa

Qualcuno che ti protegga

di Francesco Zampa

 

Parigi, 5 giugno 1947. René Étranger è fortunosamente scampato alle persecuzioni contro gli Ebrei grazie all’impegno di sua madre Ester, una maestra di danza che si è fatta in quattro per mantenerlo da sola. La guerra è ormai finita e lui, forte della sua passione per la storia, riesce a trovare impiego in una rivista d’avanguardia, Liberté!, ma non è affatto soddisfatto di sé e della vita che conduce. Quando Henri, il capo redattore, gli affida un reportage in occasione della terza commemorazione del sanguinoso sbarco degli Alleati in Normandia, lui accetta solo perché non ha altra scelta. Gaillard, un insegnante in pensione, ha scritto al giornale dicendo di avere sconvolgenti rivelazioni sui ranger che espugnarono la casamatta di Pointe-du-Hoc a carissimo prezzo di vite umane.
Sarà proprio là, tra reperti storici impressionanti e veterani dalla memoria vivida, che troverà incredibilmente la traccia della propria controversa esistenza e, attraverso un viaggio tra due continenti, la sua definitiva e stupefacente risoluzione.

 

Autore: Francesco Zampa
Titolo: Qualcuno che ti protegga
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 238
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Scrivere la Storia

«Dai René, tocca a te. Muoviti, su. Non deludermi, eh!»

Così dicendo, Henri Fournier, il Redattore Capo, mi passò il foglietto con la sua grossa mano. Lo presi e lo lessi. Lui mi fissò ancora per qualche secondo, il capo un po’ di sbieco, poi rimise il sigaro in bocca e mi diede le spalle, tornando alla sua scrivania dietro la porta trasparente del suo ufficio. Riconobbi per l’ennesima volta la fibbia di ferro delle bretelle rosse tra le sue scapole. Ogni volta che mi dava un incarico, concludeva con Non deludermi, eh! come se in realtà non si attendesse altro da me che l’ennesima delusione. Sul foglietto c’era scritto: Prepara il pezzo per la commemorazione, cinquanta righe, una foto, pagina sette. Commemorazione? La mia espressione dovette essere molto eloquente, perché Marie, la segretaria, che aveva osservato tutta la sequenza ed era abituata ai modi di Henri, parlò prima che potessi aprire bocca.

«Il 6 giugno, la commemorazione alla Pointe-du-Hoc, René. Sei l’unico a non saperlo. Stanno ordinando il materiale che hanno trovato dalla fine della guerra, roba da riempire tre o quattro musei. Anche il governo si sta interessando.»

La guardai più o meno come avrebbe fatto un pesce lesso. L’unico a non saperlo. Lo dici tu. La commemorazione annuale dello Sbarco alla Pointe-du-Hoc, una delle tante celebrazioni in quella terra che era diventata celebrazione essa stessa. Tre anni erano passati ed era come se fossero stati un solo giorno. Tutti ricordavano benissimo, tutti sapevano cos’era successo. I soldati venuti da lontano erano stati veramente eroici, oltre la propaganda e le loro intenzioni. Sembrava che la Normandia fosse stata creata solo per accoglierli un giorno, permettere loro di compiere gesta immortali e salvarci tutti. Avevano cambiato le sorti del mondo intero, c’era poco da dubitarne. Come dimenticare?

«Lo so, lo so. Solo non mi aspettavo che mandasse me.» Cercai di riprendermi.

«Sa che hai studiato storia. Forse è arrivato il tuo momento, che ne dici?» Marie cercava sempre di incoraggiarmi. Credo che lei mi vedesse sempre un po’ con la testa per aria. In effetti era così che mi sentivo: sotto osservazione, sempre a dover dimostrare qualcosa.

«O magari ha promesso il pezzo a qualcuno dei suoi amici ma non ha nessuno da mandare.» Marie non rispose. «Ma non fa niente, non ti preoccupare. Certo che ci vado.»

Non ero mica così matto da rifiutare un lavoro. Come avrei fatto a pagarmi gli studi? A dire la verità, questo è ciò che dicevo a tutti per non dare troppe spiegazioni. In realtà dovevo lavorare per vivere, era tutto qui. Non avevo nessuno che mi mantenesse né un mestiere, e mi arrangiavo a fare tutto quel che mi capitava. L’unica fortuna, si fa per dire, lascito della guerra, era la carenza di manodopera un po’ in tutti i settori. Da qualche tempo, vivevo solo in un appartamento di ventidue metri quadrati in Rue Eugène Varlin: un seminterrato, a dirla tutta, con il disordine di una cantina. Quasi non mangiavo per avere sempre da parte una sommetta che, speravo, un giorno mi sarebbe dovuta servire per qualcosa di importante. Non sapevo cosa e neanche il perché, ma seguivo l’istinto senza fare una grossa fatica, dato che non avevo nessuna esigenza particolare.

Stella, mia madre, insegnava danza classica in diverse scuole. Era brava quanto un’étoile, e forse ce l’avrebbe potuta fare. Beh, per me lo era; però aveva smesso già da un po’ di inseguire i suoi sogni di ballerina, in pratica da quando ero nato io. Ricordo che, da piccolo, di sera la sentivo canticchiare sempre la stessa canzone mentre provava e riprovava i passi che più le piacevano, tanto che anch’io avevo in mente strofe e ritornelli a forza di sentirla. Altro che musica classica, quella era proprio rivista e cose del genere. Teneva testi e musica davanti a sé e non capivo perché, visto che li sapeva a memoria. Io sbirciavo curioso quei buffi segni scritti a penna in modo preciso ed elegante, e lei si giustificava dicendo che studiare significa controllare e ricontrollare, sempre. Bah. Ma lei non sbagliava mai e, alla fine, si allungava come faceva sul palcoscenico prima dello spettacolo. Quando l’aspettavo dietro le quinte, la vedevo specchiarsi alla sbarra e provare e riprovare i movimenti con una grazia che mi incantava. Altre volte leggevo tutto quel che mi capitava sottomano, o mi addormentavo su poltrone vecchie e sdrucite nonostante la puzza di polvere e stantio. Lei correva avanti e indietro per tutta la città per cercare di crescermi al meglio e io l’aiutavo come potevo, ero una specie di factotum ma, specie durante la guerra, non era stato affatto facile.

La cosa mi faceva sentire in colpa e fu anche per questo che, appena potei, me ne andai. Lei, quando mi vedeva pensieroso o con un po’ di muso, capiva subito tutto e mi si poneva davanti en dehors, mi dava una spettinata veloce con la mano e diceva: Non ti preoccupare, sto bene così. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci protegga. Non è che le credessi molto. Spesso era seria, sentiva di sicuro il peso della situazione e non poteva non avere rimpianti. Chi lo farebbe se non ci fossi io? Una domanda con una sola risposta, che costringeva lei quanto me, anche se non poteva dirmelo apertamente. Già, chi? Papà, verrebbe da dire… ma chissà dove si trovava in quel momento. Ogni volta che le chiedevo qualcosa, lei cambiava discorso e io, di conseguenza, me ne andavo e lasciavo passare sempre più giorni prima di farmi vivo di nuovo.

In effetti, l’unica parente della quale avevo notizie era la zia Myriam, che però da tanti anni se ne stava in America, a New York, beata lei; lì si faceva chiamare Louise, forse un nome d’arte visto che era ballerina anche lei. Però mamma era più brava. Per Myriam la guerra era stata qualcosa da leggere sui quotidiani e da vedere nei cinegiornali. Mamma ne parlava con affetto e nostalgia, lei ci scriveva e ci invitava, ma di andare a trovarla non se ne parlava, chissà perché. Il passaggio in nave non era poi così costoso, in III classe, s’intende. Ogni tanto ci facevo un pensierino, anche se rimaneva senza seguito.

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