Missing Time: Progetto Abduction file 1 – di Riccardo Pietrani

Missing Time: Progetto Abduction, file 1

di Riccardo Pietrani

 

La nostra mente non è in grado di concepire la quarta dimensione, il tempo: ci limitiamo a suddividerlo tramite un’unità di misura convenzionale. Senza questo parametro per noi il tempo non esiste, e i giorni si susseguono scanditi solamente dall’alternanza fra la luce e le tenebre.
Per questo motivo molta gente non si accorge della sparizione di intere porzioni di tempo dalle proprie vite. Possono essere pochi minuti, o addirittura pochi secondi, per i nostri orologi. Può accadere a chiunque, in ogni momento.
Anche mentre stai leggendo queste righe.

 

Autore: Riccardo Pietrani
Titolo: Missing Time: Progetto Abduction, file 1
Genere: Fantascenza
Pagine: 116
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

L’odore inconfondibile di caffè bruciato… per l’ennesima volta, avevo dimenticato di mettere l’acqua nella moka. Se avessi ricevuto un euro per ogni volta in cui il mio pregiato caffè biologico, miscela proveniente dalla Colombia e dal Venezuela, si trasformava in quella colata di catrame liquefatto ai bordi della caffettiera, me ne sarei potuta comprare una coltivazione grande quanto la foresta amazzonica.

Mi precipitai in cucina e afferrai l’impugnatura di gomma ormai rovente, gettandola nel lavandino tra le bestemmie. Rimasi imbambolato alcuni secondi a guardare il metallo sfrigolare sotto l’acqua fredda mentre produceva quelle simpatiche nuvolette di vapore. Avevo due opzioni: potevo rifarlo, quindi riprendere il caffè, riempire di nuovo la moka d’acqua, rimetterla sul fuoco, aspettare… oppure rinunciare e tornare alle mie faccende.
Scelsi la prima.
Dopo una decina di minuti, la mia tazzina fumante era appoggiata sulla scrivania, accanto al computer e a un mare di cartacce, fazzoletti usati e chiavette USB. Camera mia, così come il resto della casa, possedeva un livello di ordine nella media degli uomini single sui trent’anni… dopo il passaggio degli zingari. Gli oggetti erano in grado di spargersi, sparire, ammassarsi in totale autonomia e in scala crescente.

Come mia abitudine, degustavo l’arabica bevanda un sorso al minuto, fin quando da bollente non diventava appena tiepida. Nel frattempo smanettavo tra file di Word e video su Youtube, negli intervalli di tempo in cui il mio amato PC non decideva di impallarsi. Ero sempre deciso a comprare un computer nuovo l’indomani, ma la paura di perdere i file alla fine trionfava e il catorcio vecchio di cinque anni restava a farmi compagnia. E dire che scrivevo per un giornale online, Wicked, che faceva dell’innovazione tecnologica una delle sue cifre identificative.

Tralasciando l’ironia della situazione, aprii la posta elettronica per ripescare quella mail di tre settimane prima, la scintilla scatenante. La riguardavo tutti i giorni, quasi volessi accertarmi, ogni volta, della sua veridicità.

Buongiorno signor Bonfanti, sono il professor Augusto Palanca. Ho appreso il suo indirizzo email dal sito del suo giornale. Pensi che, dopo ormai due anni, ricordo quasi a memoria il suo articolo. Ne hanno fatti una marea sul mio conto, ma la sua penna e la sua ironia sferzante mi sono rimaste impresse. Per questo mi piacerebbe incontrarla al più presto: vorrei discutere di una questione che, ritengo, potrà fornire grande giovamento alla sua carriera. Non la sto prendendo in giro, signor Bonfanti. Del resto, le minacce di querela che rivolsi al suo giornale erano ordinaria amministrazione, un copione da ripetere in tutti i casi simili, e sono rimaste semplici invettive. Mi dica quando è libero, sarò ben lieto di invitarla nella mia dimora per una chiacchierata amichevole. Conto in una sua risposta positiva e le porgo cordiali saluti.

Quando la lessi per la prima volta pensai a uno scherzo. Le circostanze in cui la mia vita si era incrociata con quella del professore, infatti, non erano state delle migliori. Due anni prima, in occasione di un suo convegno allo stadio Brianteo di Monza, fui incaricato dal giornale di scrivere un articolo sul fenomeno Palanca che stava ormai imperversando da anni negli ambienti ufologici e in tutto quel sottobosco di creduloni barra pseudo addotti barra complottisti.

La storia di Augusto Palanca non aveva nulla di particolare. Laureatosi in psicologia all’età di ventisette anni, aveva passato i primi anni della sua carriera come assistente e poi come insegnante senza cattedra all’università degli Studi di Milano, esercitando in parallelo la professione nel suo studio privato. Uno strizzacervelli qualunque, nessun estro particolare, nessuna teoria rivoluzionaria; piuttosto, un certo disinteresse per l’insegnamento, a giudicare dalle sue numerose assenze e dalle sessioni di esame rinviate, tanto che dopo tre anni l’Università non gli rinnovò l’incarico. In seguito si era dedicato a tempo pieno alla professione di psicologo, ma gli affari non andavano molto bene… fin quando, di punto in bianco, si era reinventato “Esperto di abduction”. Abduction, esatto, i rapimenti alieni, gli incontri del quarto tipo. Quella roba lì. Millantava di essere stato rapito una notte e da quel momento in poi si era convinto che la sua missione fosse quella di orientare le coscienze.

Era diventato un contattista.

Anche lì niente di nuovo, non era certo il primo a occuparsi di quella tematica. Però nel giro di pochi anni era riuscito a diventare una vera e propria celebrità nell’ambiente, assicurandosi la pubblicazione di diversi libri e una serie infinita di convegni in diverse città d’Italia. La sua pagina Twitter aveva più follower della Canalis, su Facebook si sprecavano i gruppi a suo nome come Centro Studi Palanchiani oppure La casistica di Palanca. Come era stato possibile tutto ciò?

Avevo il compito di indagare il fenomeno, capire la causa di questa esplosione incontrollata di popolarità, con un occhio di riguardo ai fattori che accomunavano analoghi personaggi negli ambiti più disparati: la coercizione come mezzo e i soldi come fine.

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