Per amore e desiderio. Lettera all’uomo che sarai – di Adelaide Baldo

Per amore e desiderio. Lettera all’uomo che sarai

di Adelaide Baldo

 

Quello di scrivere “a coloro che verranno” è molto più che un genere o uno stile letterario. Quando l’autore è animato da forte passione civile, questa tecnica di scrittura può diventare un vero e proprio esercizio di responsabilità, rivolto alle generazioni future ma anche ai lettori di oggi. È il caso di questo libro, pensato e scritto come una lettera di una nonna al nipotino che sta per nascere, in cui la forma stessa della lettera è molto più di un mero escamotage retorico. Si tratta di un vero e proprio dono che l’autrice fa al nascituro, un modo straordinario (cioè bellissimo e non ordinario) di “prendersi cura” di lui e dell’uomo che sarà.

 

Autore: Adelaide Baldo
Titolo: Per amore e desiderio. Lettera all’uomo che sarai
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 122
Edito da: Liberedizioni
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ANTEPRIMA

Caro nipote,

oggi ho saputo il nome che i tuoi genitori intendono darti, quando nascerai, e questo mi permette di iniziare a scriverti questa lettera. Già da qualche tempo desideravo farlo, ma non riuscivo a mettere in pratica l’intenzione. Almeno fino ad oggi, e ora ne capisco anche il perché: avere finalmente un nome con cui chiamarti mi facilita poiché il nome ti fa uscire dalla nebbia dell’indeterminato e ti conferisce un’identità e una fisionomia, sebbene per ora siano solo frutto della mia fantasia e dei miei desideri, e debba aspettare ancora qualche mese prima di incontrarti nella tua realtà effettiva.

Il nome t’identifica come destinatario, preciso e riconosciuto, di tutti quei pensieri e fantasie che si addensano attorno ad un bambino che deve nascere: è una nube di affetti, una matrice che sarà la vera culla, fatta dai pensieri e fantasie che provengono dalla mente di tutti noi, parenti e amici, che ti stiamo aspettando.

In questo tempo che precede la tua nascita stai provvedendo alla tua costruzione biologica, ma anche tutti noi, non solo la tua mamma, siamo coinvolti in un processo di gestazione mentale che ti riguarda e ci riguarda, e avviene anche se non ce ne accorgiamo.
Riguarda te perché, fantasticandoti e pensandoti nel nostro spazio di emozione e pensiero, iniziamo a percepirti come persona distinta. Riguarda noi poiché, nel pensare te che ancora sei una pura ipotesi, costruiamo e ricostruiamo anche qualcosa di noi stessi, incontrandoci con le nostre possibili ipotesi e la nostra possibile rinascita.

Accogliere il nuovo comporta sempre accettare una trasformazione di noi che, quel nuovo, siamo chiamati ad accogliere. Per questo motivo ho la sensazione che la tua gestazione corrisponda, in qualche modo, anche a una nostra gestazione emotiva, un processo di rinnovamento che ci coinvolge intimamente.
Questo accade perché siamo parte di un insieme e le trasformazioni di un elemento di questo insieme determinano, inevitabilmente, trasformazioni anche degli altri elementi che lo costituiscono. In questo momento sei tu il fattore che spinge verso il cambiamento, essendo già parte di uno spazio collettivo fatto da noi che ti stiamo attendendo, ma anche dal mondo là fuori dove ti troverai a vivere e nel quale siamo tutti collocati in modo talmente forte che non possiamo illuderci di non dover fare i conti con tutto quanto lo riguarda e lo contiene.

La culla emotiva degli affetti familiari è posta in uno spazio ben più grande della tana rassicurante rappresentata dallo spazio della piccola famiglia, e starà a te capire, un poco alla volta, come vivere questa doppia appartenenza – il piccolo e il grande, il familiare e lo sconosciuto, il sicuro e l’incerto – e capire come poter vivere al meglio quel che sarai.
Per ora stai lavorando a costruire una tua forma, anche all’interno della mia mente, e incominci a esistere come persona acquisendo, un poco alla volta, contorni meno confusi. Ti sento crescere e definirti, anche se ancora non so quale volto avrai, né quale carattere esprimerai quando troverai la tua collocazione per esistere a pieno titolo.

Ti ho prima detto che, fino ad ora, non ero riuscita a iniziare questa lettera, che pure desideravo scrivere, perché sentivo difficile rivolgermi a un’entità ancora troppo indistinta. C’era, però, anche un altro motivo. Il fatto è che non sapevo a quale delle tue future forme io volessi rivolgermi. Al neonato? Al bambino di pochi anni? A chi? Ora lo so: mi rivolgo all’uomo che sarai.

Non so quando ti sentirai uomo – quindici anni? venti? trenta? – ma so che quel momento sarà importantissimo, perché vorrà dire che ti sentirai consapevolmente parte del grande mondo che ci accoglie e sentirai come sia bello assumersi responsabilità, e saper pensare, e sapere, e conoscere, e non tirarsi in dietro davanti alle sfide della vita.

Uomo vuol dire tante cose e starà a te trovare, un poco alla volta, il significato profondo di questa parola, il significato che tu le attribuirai e che costituirà il nucleo della tua stessa identità.
Uomo è un termine generico per indicare l’essere umano in generale, l’appartenenza a quella specie animale che si è evoluta fino al livello in cui ci troviamo ora. Uomo, però, vuol dire anche appartenente al genere sessuale maschile, e non è cosa da poco.

Mia prima associazione a uomo nel senso di essere umano di sesso maschile: è quello capace di uscire dalla capanna sotto la neve e cacciare una lepre per dar da mangiare alla sua donna e alla sua prole. Immagine stereotipa? Forse, sicuramente dettata da mie esperienze emotive che si sono stratificate nelle parti più profonde della mente, mescolate con suggestioni dell’infanzia.

Per altri l’associazione con la parola uomo potrebbe dare differenti immagini, ma di una cosa sono certa, che saper provvedere alle necessità di base sia una competenza molto importante, per sé come individui che devono trovare una personale identità, e per sé come individui che fanno parte di un gruppo.
La nostra struttura sociale è talmente evoluta che non si può prescindere da una separazione di mansioni e ruoli; eppure, saper mantenere un rapporto con le azioni elementari, quelle che stanno alla radice della nostra esistenza e sopravvivenza, è qualcosa di necessario.

A volte ho la sensazione che troviamo talmente scontato avere cibo e vestiti, energia per scaldare e illuminare le case e trasporti per muoverci come ci pare e piace, che finiamo per dimenticare da dove tutto ciò proviene, sia in termini di risorse naturali da cui ricaviamo quei beni, sia in termini di lavoro umano per elaborare quelle risorse e renderle fruibili. Ciascuna delle cose che usiamo quotidianamente nasce da un lungo processo fatto di pensiero e manualità, e questo mi fa pensare che ci sia una dimensione del corpo, all’interno del concetto di uomo, che non solo è imprescindibile, ma in qualche modo nobilita ancor di più il concetto in sé. Un corpo che incarna il pensiero e lo rende attuabile, togliendolo dalla dimensione di pura astrazione e collocandolo nella dimensione della realtà.

Ovviamente questa dimensione corporea è anche nel concetto di donna, ma tu sei un maschio e mi piace pensare di rivolgermi a mio nipote in quanto uomo maschio.
Questo non esclude che con te piccolo giocherò e farò le coccole e inventeremo filastrocche, ma io, in questo momento, ti voglio pensare come adulto. Forse perché temo che all’epoca io non ci sarò più e voglio, comunque, darmi la possibilità di parlare con te uomo?

Forse è così: le nonne e i nonni sono destinati a vivere i nipoti da piccoli e basta. Poi si diventa troppo vecchi per sostenere il confronto con un giovane che ha bisogno di sperimentarsi con la forza del suo corpo e della sua mente, e diventa difficile capirsi.  E’ normale che sia così, e credo sia giusto che le vecchie generazioni sappiano farsi da parte per lasciare spazio a coloro che, se ci pensiamo bene, rappresentano il nostro possibile eternarsi, la nostra chance di vivere anche quando non ci saremo più.

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