Cardiologia – di Marco Freccero

Cardiologia

di Marco Freccero

 

Con la seconda raccolta di racconti dal titolo “Cardiologia”, Marco Freccero continua la sua esplorazione di una realtà che pare distante dalla vita quotidiana di ciascuno di noi, ma che è, invece, vicinissima. Anche in questo secondo ciclo di storie, l’autore ci mostra i suoi personaggi, di certo anonimi; ma per questo tanto simili a noi da costringerci ad aprire gli occhi, a farci i conti. Quello che le storie di Cardiologia rivelano, è fastidioso, perché negli undici racconti di Marco Freccero abbiamo uomini e donne, ma anche bambini, che non fanno nulla di straordinario, né lo vogliono. Vivono all’ombra di un’ordinarietà sempre più difficile da conquistare, da conservare. Poi, succede qualcosa: una serata in discoteca, oppure un malore, o una banconota falsa. E come una rivelazione, ciascuno di essi è indotto ad agire, a reagire; a riflettere su quello che egli è, che poteva essere, o forse, sarà.
Questo è il secondo ebook della “Trilogia delle Erbacce”, ed esce dopo oltre un anno da “Non hai mai capito niente”. Cardiologia rende più evidente, e inevitabile, il dovere di riconoscere il valore di ogni piccola vita. Soprattutto se ai margini, soprattutto se “erbaccia”.

 

Autore: Marco Freccero
Titolo: Cardiologia
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 297
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Avevo sette anni, lo ricordo con esattezza. Camminavo verso casa e cantavo. Forse era aprile, o maggio, era un giorno caldo, e l’erba che cresceva lungo il marciapiede mi sfiorava le gambe. Una macchina scura si fermò a qualche metro, davanti a me. Si aprì la portiera, vidi sbucare una mano con un sacchetto di caramelle, e sentii la voce di un uomo che mi chiedeva se ne volevo qualcuna. A una bambina bionda e bella come me dovevano piacere quelle morbide e colorate, disse quella voce dentro l’auto. Io mi fermai, sorrisi, mentre la mano si muoveva su e giù, con la carta colorata delle caramelle che danzavano. Quando mi avvicinai sentii l’urlo di una donna, la portiera si richiuse e l’automobile si allontanò sul rettilineo. La vidi svoltare a sinistra, sparire oltre la curva. Tossii per la polvere, il fumo del carburante, e mi girai. Non c’era nessuno, solo i campi, e al di là, il rumore delle automobili sull’autostrada e, in lontananza, gli edifici delle case popolari dove a qualche balcone, c’era la bandiera della pace, stinta.

Anni dopo, mentre crescevo, ho pensato spesso a quell’episodio, e ho capito questo: che se qualcuno vigila, si sta meglio al mondo.

Papà se ne andò prima che nascessi. Si chiamava Lorenzo, non so altro. Quando chiedevo qualcosa di lui, mamma faceva finta di niente, sembrava sorda. O mi diceva di smetterla con quelle domande.

Una volta tornai da scuola che piangevo. Ero in prima, e c’era la festa del papà. L’insegnante aveva organizzato una cerimonia, e ognuno di noi doveva parlare del suo, del lavoro che faceva. Io avevo solo voglia di scappare.
Quando tutti finirono di parlare, l’insegnante disse: “Facciamo un applauso alla nostra Tiziana che il papà non ce l’ha.”

I miei compagni si alzarono in piedi e batterono le mani. Restai seduta al mio posto, la testa bassa, piena di caldo. Sul mio banco c’erano alcune matite, le presi e le spezzai tutte, a una a una. Il mio posto era davanti alla cattedra dell’insegnante; lei vide tutto, però non disse nulla. Anche i miei compagni di classe non fiatarono. Sono sicura di aver fatto loro paura.

Quel giorno, a casa, la mamma mi disse che era morto.
“Non è vero” gridai.”
“Sì, è morto. E piantala una buona volta.”
Non ne parlammo più, ma piansi per il resto della giornata.

Mia madre passava tutto il tempo in casa, non usciva quasi mai. Non lavorava. Quando arrivavo da scuola, la trovavo a fumare in cucina; se la salutavo, o cercavo di parlarle, mi faceva segno di stare zitta. La infastidivo, voleva vedere la sua trasmissione televisiva preferita. Veniva della gente della parrocchia ad aiutarci, a portarci della roba da mangiare. I soldi delle bollette. Capii presto che la mamma stava male. Aveva una malattia che si chiamava depressione, e le era venuta dopo che ero nata. Era meglio che a me ci badassi io. Queste cose non le pensavo a quei tempi, perché ero una bambina; però le intuivo. A scuola dicevano che ero intelligente. Che dovevo studiare perché meritavo un sacco di cose belle. Mi sembravano discorsi strani, secondo me la gente che li faceva era matta. Come se fosse possibile ottenere qualcosa con lo studio.

Una volta, avrò avuto otto anni, vennero delle assistenti sociali a casa nostra, mentre io ero a scuola. Erano due signore. Queste sono cose che venni a sapere un po’ di tempo dopo. Dissero a mamma che se non si metteva a fare la madre, mi avrebbero condotto in una casa famiglia. Che erano lì per darle una mano, innanzitutto per il mio bene. Lei gridò, pianse, minacciò; ma le cose da allora cambiarono. Due volte alla settimana, le assistenti sociali venivano a trovare mamma, parlavano di quello che aveva combinato, dei progressi. Parlavano anche con me. Lei prese a pettinarsi, a tenere in ordine e pulita la casa, e a fumare di meno. Mi salutava quando arrivavo da scuola, mi chiedeva come era andata. La televisione spesso era spenta. Quando facevo i compiti, si sedeva vicino a me, anche se non sapeva aiutarmi, e restava lì finché non finivo. Sembrava che le importasse qualcosa di me, non ero più quella che andava a prenderle le sigarette o le medicine contro la depressione. Cambiò anche medico, e cura. La depressione sembrava morderla di meno.

Una volta, mentre ripassavo la lezione per il giorno dopo, mi accarezzò la nuca. Non era mai successo. Mormorò qualcosa che non capii. Mi sfiorò pure la guancia con la punta delle dita. Le presi la mano e gliela baciai: il palmo, le dita, e non m’importava dell’odore del tabacco.

Lei mi strattonò la mano. “Mi fai vergognare.”

Smisi subito e quel giorno finì così. Però a volte, quando meno me l’aspettavo, la sua mano mi sfiorava ed era una furia di tenerezza che mi muoveva lo stomaco, le viscere. Mordevo le labbra per non piangere. Avrei voluto tuffarmici in quelle braccia.

Imparò a cucinare. Prima era solo minestrina, pasta in bianco e a volte una fettina o carne tritata. Dopo, cominciò a fare dei sughi, delle salse, piatti appena elaborati. Non erano niente di eccezionale, però le dicevo che erano buoni. Lei mi ringraziava. Fu in quegli anni che mi venne voglia di imparare a cucinare.

Non avevo amici, tranne Laura. A scuola l’aiutavo con la matematica; a me i numeri sono sempre piaciuti, e lei mi invitava a casa sua per ricambiare. Qualche volta veniva da me, però io mi vergognavo. Avevamo solo la cucina, una camera da letto e il bagno. Era la casa dei nonni, che avevano lasciato a mamma, in un condominio nel quartiere di Legino. Al primo piano, con le finestre che davano sulle colline.

Laura invece abitava in una casa grande, all’ultimo piano, sotto c’era la strada e la ferrovia. E c’era sempre una bella merenda, quando arrivavo, servita da un signore nero. Era somalo, mi spiegò Laura. Lui mi sorrideva sempre, ed era un sorriso speciale, solo per me.

Un pomeriggio le dissi: “Vorrei avere una casa così. Con tanta luce.” M’incantavo davanti alle finestre grandi da cui si vedeva il mare.
Lei rispose: “Perché no?”
Però io sapevo che non era possibile. Certa gente appartiene a un destino e basta.

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