Oltre ogni apparenza – di Giuseppe Pellegrino

Oltre ogni apparenza

di Giuseppe Pellegrino

 

È la storia di un medio manager di banca addetto all’area finanziamenti che, in una fumosa e nervosa riunione d’affari, decide di opporsi all’ennesima truffa orchestrata ai danni dei clienti. Dopo anni di rospi ingoiati, Emilio, il protagonista, che vede nella sua funzione un qualcosa che stride con la sua coscienza, si oppone al diktat del suo direttore e viene fortemente demansionato, tornando allo sportello. Tutti lo isolano, dai suoi collaboratori
a sua moglie, che lo bolla come idealista e ingenuo. Così, all’apice della mortificazione, decide di abbandonare tutto e tutti e di darsi alla vita da strada.
Dopo 12 anni di questa vita, in cui i suoi compagni saranno altri 4 barboni, la mensa il suo approvvigionamento alimentare e il dormitorio il luogo del riposo notturno, un giorno, mentre consuma un pasto frugale sotto i portici di una piazza, viene malmenato da 3 balordi. Intervengono due ragazzi e un uomo a salvarlo e, dopo esser rimasto solo con uno dei giovani, avviene il secondo evento che sconvolgerà nuovamente la sua esistenza; il giovane si sofferma, lo guarda e riconosce nell’uomo lacero e sanguinante che ha di fronte, da una inconfondibile cicatrice sulla tempia, suo padre.
Questo è l’incipit del libro, cui seguiranno continui eventi che porteranno le vite del protagonista, Emilio, e di suo figlio, verso una spasmodica e reciproca ricerca, poiché al primo incontro, quello sovracitato, Emilio si sottrae, di fronte al primo muro di apparenza: il suo aspetto, che davanti al figlio lo mortifica a tal punto da fuggire per la vergogna. Ma un legame di sangue non conosce muri, ostacoli, e se vi si frappongono li abbatte. Il figlio cercherà disperatamente il padre, vestendo persino i panni del barbone per ritrovarlo…
Una storia intensa, uno spaccato sociale attuale, dove l’atto di ribellione etico di un uomo è pagato con l’assoluta emarginazione e dove l’uomo stesso può essere salvato solo da chi veramente lo ama: un figlio.

 

Autore: Giuseppe Pellegrino
Titolo: Oltre ogni apparenza
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 194
Edito da: Silele
Acquista su Amazon

 

ANTEPRIMA

Emilio

Era un pomeriggio freddo e nebbioso. Di tanto in tanto soffiava qualche gelida folata di vento, che alzava per qualche istante la nebbia ma, subito dopo, essa ripiombava cupa, fastidiosa e più opprimente che mai. Quel freddo, umido e pungente, penetrava nelle ossa già doloranti di Emilio, provocandogli fitte dolorose o spasmi improvvisi, ma aveva imparato a conviverci, immerso in un mondo in cui, la fisicità, non aveva più alcuna importanza. Da qualche giorno, però, ci si era messa anche la febbre, che in maniera intermittente scaldava e raffreddava il suo corpo. Alternava così ai colpi di calore improvvisi attacchi di freddo, che gli provocavano tremori in tutto il corpo e, tutto infagottato nei suoi stracci, camminava ramingo e senza meta, guardando la gente, le vetrine o parlando da solo. Di tanto in tanto si fermava a sgranocchiare qualcosa o a sorseggiare un po’ di grappa, riscaldando lo stomaco, freddo e contratto come tutto il resto del corpo; poi proseguiva nuovamente, quasi fosse destinato al moto perpetuo.

Era ancora un uomo piuttosto giovane, aveva 53 anni, ma sembrava avesse attirato su di sé tutti i guai del mondo. Rughe e piaghe ricoprivano gran parte del suo corpo e, a vederlo, sembrava avesse quindici anni in più. In quei giorni, per giunta, quella febbre che andava e veniva l’aveva ulteriormente debilitato, costringendolo a frequenti soste in cui, in mancanza di una panchina, si abbandonava per terra, appoggiando la schiena alla parete di qualche edificio o a qualche cancellata, incurante del passaggio delle persone e dei loro sguardi cinici o sprezzanti. In quei momenti, il ricordo di quel che era stato e la consapevolezza di quel che era diventato, in uno stridente contrasto, lo incupivano, fino a fargli perdere la coscienza e a farlo rimanere lì, in quello stato, per ore. Non erano i rumori a svegliarlo, ma i morsi della fame. Si alzava compiendo gesti quasi automatici, strofinandosi la faccia con le mani e grattandosi la barba lunga  e incolta,  ma in  quel tardo pomeriggio, tormentato com’era dai capogiri e dai fantasmi della mente appena scacciati, fece una gran fatica a rialzarsi. Con un ultimo ed estremo sforzo riuscì ad afferrare i suoi stracci, poi, dopo aver appoggiato la schiena alla parete di un edificio e aver atteso che quel precario equilibrio cedesse il posto ad un’apparente normalità,  si rimise in marcia.

Erano ormai dodici anni che faceva quella vita. Per sopravvivere si era tenacemente impegnato a rimuovere i ricordi di quella precedente, quasi a voler cicatrizzare dolorose e sanguinanti ferite dell’anima, ma talvolta, per strane alchimie, quei ricordi gli salivano improvvisi alla mente, per il solo fatto di aver visto o sentito qualcosa che li associava ad essi. Allora il suo corpo vibrava, la sua mano cercava la bottiglia della grappa, che sorseggiava nervosamente, poi una sigaretta, che aspirava senza quasi mai staccarla dalle labbra, scosso da una feroce lotta fra la ragione e l’inconscio, una lotta che lo scuoteva dalle fondamenta, come un edificio di fronte ad una serie di forti scosse telluriche. In quei momenti, era preda di crisi che si acuivano o si placavano a seconda che prevalesse l’inconscio o la ragione. Se era l’inconscio a prevalere, all’apice della crisi, si metteva a urlare frasi sconnesse, a bestemmiare o a inveire con le mani levate al cielo, quasi cercasse in qualcosa di sovrannaturale le cause del suo misero e ingrato destino.

Proseguì il suo cammino ma, in quel tardo pomeriggio, non aveva neanche la forza di pensare. Guardava dinanzi a sé, come un atleta sfinito guardi l’agognato traguardo, mentre il buio, sceso quasi improvviso, misto alla fitta nebbia, davano alla città un aspetto quasi spettrale. Camminava e nel contempo sentiva il suo stomaco ululare, con dei forti boati che accompagnavano quel passo che si faceva via via più affrettato. Se avesse potuto, sarebbe entrato in una delle tante trattorie o pizzerie che incrociava, ma la sua meta, la sua solita meta, era una povera quanto provvidenziale mensa, la mensa dei poveri, dove insieme a lui confluivano i rappresentanti di un’umanità dimenticata, che nessuno voleva salvare ma che non voleva neanche essere salvata. Emilio era uno di quelli; un uomo che si ostinava a vivere in uno stato di abbandono senza che nulla intervenisse a modificarlo, quasi come se, in quello stato, trovasse un minimo motivo per esistere. Questa era la sua seconda vita. Una vita da emarginato, da “barbone”; una vita in cui l’amore, l’amicizia, i soldi, le conoscenze e la stessa salute, non avevano più alcun  valore: tutto era ormai alle sue spalle, insieme alla sua prima vita.

Un pensiero riguardo “Oltre ogni apparenza – di Giuseppe Pellegrino

Rispondi