Solo se tu vuoi – di Tina Scopacasa

Solo se tu vuoi

di Tina Scopacasa

 

Marta insegna in un istituto professionale di Milano. È una docente di sostegno, precaria. Questo vuol dire che ogni anno, quasi sempre, la scuola è diversa.
Marta ha poche ore a disposizione per seguire Luca e Livio – ragazzi giunti alle soglie della terza classe con poca voglia e scarse prospettive – e Guglielmo, costretto su una sedia a rotelle a fare i conti col mondo. Non è facile aiutarli nelle loro difficoltà, soprattutto se le variabili scolastiche si incrociano con i tanti problemi degli adolescenti e con le dinamiche di una classe, come sempre, variegata e ricca di personalità pronte a sbocciare. Altri ragazzi avranno bisogno di ben altro aiuto e non sempre con il coraggio di chiedere. Davanti alle urgenze della vita, qual è il ruolo di un docente di sostegno? Fin dove può o deve spingersi?
Sarà comunque un anno molto particolare, ricco di esperienze, incontri, cambiamenti e nuove emozioni. E per Marta potrebbe diventare l’occasione di un nuovo inizio.

 

Autore: Tina Scopacasa
Titolo: Solo se tu vuoi
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 199
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

L’ansia era sempre la stessa, ogni volta. Ero talmente tesa che non riuscivo ad aprire il portone. E non poteva essere diversamente, dato che le indicazioni invitavano a “tirare” e io continuavo a “spingere”.

Una falcata ed eccomi dentro.
La penombra mi infastidì. Mi guardai intorno, incerta ma non spaesata; la segreteria del personale si trova in fretta: è sempre vicino all’ingresso. Questa, almeno, è una certezza. Così come la prima formalità: la consegna del foglio con la ‘nomina’, ovvero la garanzia per dieci mesi di lavoro.

Impiegai una buona mezz’ora a compilare la modulistica per la presa di servizio. Stranamente questa era una delle poche volte che, riempire scartoffie, invece di innervosirmi, mi rilassava. Fino a quando non mettevo tutto nero su bianco, mi sentivo come sulle sabbie mobili.
Quando la porta dell’ufficio fu alle mie spalle, tirai un sospiro di sollievo. Il primo tassello era fissato. Potevo passare ai successivi.

Di nuovo nell’androne, incontrai lo sguardo di una commessa. Abbozzai un sorriso e mi precipitai verso di lei. Una breve presentazione e subito l’appunto sul primo dovere di un insegnante all’inizio dell’anno: “Professoressa, le hanno detto che domani c’è il collegio docenti?”
“Sì, grazie. Ha visto il coordinatore del gruppo di sostegno?”
Rispose con un veloce cenno del capo, mirando il mento verso la bacheca degli avvisi, accanto a un finestrone, senza smettere di spillare, in piccoli fascicoli, un plico di fogli.

Avevo conosciuto Andrea qualche anno prima, quando ancora ero alle prime armi. Era stato un ottimo collega e un buon consigliere, per una principiante come me. Incontrarlo per caso, qualche giorno prima delle convocazioni, mi era sembrato un segno di fortuna. Per questo, al momento dell’assegnazione delle nomine, avevo accettato il posto nell’istituto in cui, mi aveva detto, svolgeva la funzione di coordinatore delle attività di sostegno.

Era stato felice quando gli avevo comunicato la notizia e si era prodigato nel darmi informazioni su orari, impegni, colleghi, alunni. Anche questo mi era sembrato di buon auspicio.
Il suo “Eccoti!” fu accompagnato da un rapido ma caloroso sorriso.

“Ciao Andrea. Come stai? Allora, ci siamo! Dove posso trovare le informazioni sui miei allievi?”
“Ho tutto io, stavo giusto cominciando a studiare i diversi casi. Seguimi, andiamo nella nostra aula. Quest’anno ho il distaccamento, per cui sarai l’unica insegnante di sostegno in questo plesso”.

Lo seguivo e invidiavo la sua padronanza degli spazi e degli ambienti. Di solito, quando arrivavo a muovermi nella scuola come se fossi a casa mia, già dovevo prepararmi al trasloco.

“Allora Marta, pronta per questa avventura?”
“Non saprei, è troppo presto”.
“Ieri al telefono ti avevo parlato di Carta e…”
“De Matteo e Formentera, di III H”.
Avevo già memorizzato i cognomi. Mi ero esercitata tutta la notte, dato che l’insonnia aveva avuto la meglio.
“Esatto. Cominciamo da questi: De Matteo Luca, Formentera Livio e Carta Guglielmo. Ti ho preparato le programmazioni e le relazioni della collega che li ha seguiti lo scorso anno. Ha cambiato regione. Ha avuto qualche problema di salute… nelle classi c’è stata a singhiozzo… sicuramente da qualche parte c’è il suo recapito, se vuoi contattarla. Buon divertimento, studia e poi lascia tutto in didattica. Ora non ho tempo, ma fammi sapere se hai bisogno, eventualmente anche domani, dopo il collegio docenti, se c’è tempo. A domani e… in bocca al lupo!”

Era già scivolato via dall’aula, lasciandomi lì, con le braccia piene di carte e la mente piena di confusione, ma col cuore pronto ad affrontare il mio nuovo anno di precariato scolastico.

Guglielmo, Luca, Livio. Già dai nomi questi ragazzi mi erano simpatici. Non mi piaceva farmi un concetto su di loro guardando fogli e crocette, ma questo era quanto avevo a disposizione: le osservazioni di chi mi precedeva e il dialogo con i colleghi. Lessi le Diagnosi Funzionali in modo attento, cercando di interpretare il segno grafico dei medici: Compromissione del funzionamento cognitivo e delle funzioni logico-verbali; difficoltà attentive e di memoria; ritardo mentale medio-grave su base emotiva… Etichette… Il primo impatto con queste diagnosi disorienta sempre. Di Guglielmo conoscevo anche altre cose: sapevo che era su una sedia a rotelle da quando aveva nove anni. Da allora non aveva più l’uso delle gambe; usava le mani ma non la mente. Quella era come messa in ‘stand-by’, dal momento dell’incidente. Sentendo un fastidioso formicolio alla base della nuca, mi ponevo domande ovvie quanto inevitabili: cosa proverà nel vedere i suoi compagni muoversi tra i banchi, rincorrersi tra loro, giocare a pallavolo, fare due tiri a pallone?

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