Inganni – di Maria Lancellotti

Inganni

di Maria Lancellotti

 

Massimo, ha quarantotto anni, vive in una grande casa nel centro città con le due sole presenze di una vecchia governante ed un anziano giardiniere. Ha soltanto un amico, un compagno di liceo, unico contatto col mondo esterno. Sensi di colpa e vecchi dispiaceri sedimentati lo tormentano. “I cambiamenti non sono tali se non ti accorgi che accadono”, però è impossibile ignorare il calore. Margherita rappresenta la metamorfosi.

Un thriller, una storia d’amore, la ricerca di se stesso attraverso il dolore. Un uomo che si immerge nel proprio lato oscuro e decide di lottare per far emergere la luce nella coscienza ferita quando sembra ormai troppo tardi. Gli inganni sono le vite spezzate, aspettative deluse, le ipocrisie che indossiamo come fossero abiti che si fondono sulla nostra pelle. Vendetta e perdono si affrontano e si sconfiggono a vicenda.

 

Autore: Maria Lancellotti
Titolo: Inganni
Genere: Thriller
Pagine: 244
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Il silenzio di una vecchia casa è rassicurante.
Vecchia!
Antica.
Muri spessi quaranta centimetri che trattengono il caldo in inverno ed il fresco in estate. Silenziosa, persino il rumore del traffico arriva attutito. E sì che la sua posizione è centrale, ma te ne accorgi solo quando varchi il cancello; al suo interno sei in un’oasi di pace in mezzo al deserto sovraffollato della città. Antica al punto che negli anni qualcuno aveva telefonato per informarsi se fosse possibile visitarla. Rientrava in…, non ricordava in che cosa, ma pare che facesse parte di un triangolo, o forse era un quadrato, di qualche energia positiva che passava da queste parti.

Accennò un sorriso al pensiero di cosa aveva risposto a quei matti.
Energia positiva, che idiozia!
Eppure sentiva di star bene solo in questa casa. Magari non erano proprio matti. Il matto era lui a starsene rintanato da tanto, troppo tempo.
Quando era tornato, di colpo si era sentito al sicuro, come se quei muri lo abbracciassero: un ventre materno pieno di calore.
Si mosse appena nel letto e sollevò di poco le palpebre. Da quella fessura che erano i suoi occhi riusciva a vedere lo spiraglio aperto della finestra.
Tra le sue tante manie c’era quella della sensazione di soffocamento in un ambiente chiuso. In qualunque stagione sentiva la necessità di tenere le ante della finestra accostate. Detestava anche l’aria pesante del mattino nella camera da letto creata dal suo stesso odore.

Abbassò nuovamente le palpebre. Anche nel dormiveglia sentiva di non essere di buon umore.

Si mosse ancora, stavolta infastidito. Perché negare? Ci sono giorni buoni e giorni cattivi.
Quelli buoni non danno sensazioni particolari: ti svegli, ti sgranchisci e metti a fuoco l’ambiente circostante senza affanno. Inizi a pensare ai tuoi impegni, a quello che ti aspetta quando lascerai il letto e, se hai riposato bene, nessun problema ti pare irrisolvibile.

Altra cosa è affrontare quelli cattivi.
Nessuno è in grado di dirti al risveglio che giornata vivrai, ma se hai dormito poco e male, va da sé che sei di cattivo umore nel momento stesso in cui apri gli occhi, se poi ci aggiungi un senso di angoscia che ti grava sul petto, sai che quello non sarà un giorno buono. È l’imponderabile che ancora non conosci, però sai che ti sta aspettando e non hai voglia di affrontarlo.

È come avere una vecchia cicatrice che fa male quando cambiano le condizioni atmosferiche: se ci sarà vento la sentirai pizzicare e infatti la sua pizzicava, pensò mentre si sfiorava il ginocchio destro sul rilievo del segno lasciatogli da quello stronzo di Matteo, dai tacchetti delle sue scarpe da calcio decine di anni addietro. Stava per rimetterci la rotula nel corso di un intervento spericolato da difensore, ma non l’aveva fermato: quel bastardo era riuscito a segnare.

Gli eventi inaspettati e minacciosi…li percepisci. È una sensazione che ti arriva non sai da dove, ma è lì, incombe inesorabile e tu vorresti non avere quel tipo di sensibilità che ti permette di sentirla: a volte vorresti essere inconsapevole.
Il malumore può peggiorare anche per una voce sgradevole che ti pressa per uscire dal torpore; cosa può esserci di peggio?

«Signorino Massimo, il bagno è pronto. La colazione gliela porto dopo il bagno sennò le fa male. Il ragazzo che pulisce la piscina ha quasi finito, ha detto che poi le deve parlare. È un gran maleducato, quello. Mah, ai miei tempi la servitù aveva rispetto per le persone più grandi, ma ormai… tutto fa brodo. Le visite cominciano alle dieci, però c’è una che aspetta fuori già da mezz’ora. Gliel’ho detto che non può prima, che dormiva, di non fare rumore, ma non va via. Che gente! Lo sapesse sua nonna…»

Sospirò, esasperato.

«Teresa! Per favore, basta! Mi scoppia la testa.»
«Eh, per forza. Tutta la notte al computer…si rovina gli occhi. La vedo la luce accesa, sa? Ma cosa c’è nel computer di notte che non c’è anche di giorno?»
«La vita.»
«E di giorno non c’è? Si guasta la vista così.»
«Cosa vuoi che cambi di giorno o di notte? Teresa, per favore…»
«Cambia, perché di notte potrebbe dormire e al mattino sarebbe fresco come una rosa. Ricevere poi tutta quella gentaglia…»
«Teresa, se non vai via, ti uccido. Poi, te l’ho già detto un miliardo di volte: faccio la doccia e non il bagno e mangio subito, non dopo.»
«Sì, sì, va bene, ma adesso la vasca è piena e non si può sprecarla.»
«Mm, Dio!»
«E non bestemmi ch’è peccato. Vado a prenderle la colazione.»

Teresa era un retaggio del passato.
Aveva iniziato a lavorare alle dipendenze dei suoi genitori quando lui non era ancora nato. Allora era giovanissima con una brutta storia alle spalle. Vittima di abusi in famiglia con padre violento e ubriacone ed una madre succube. Si occupò di lei il parroco del paesino in cui abitava, le trovò una famiglia composta da due sposini, i suoi genitori appunto, e non si allontanò mai da questa casa. L’aveva visto nascere e gli aveva fatto da madre in seconda, qualche volta lo aveva persino sculacciato, lo ricordava bene, così come ricordava perfettamente quanto pianse ed entrò in depressione quando suo padre e sua madre morirono. Restò sola a lungo, unica padrona del nulla, ma non sapeva dove andare e a lui faceva comodo avere una persona che si occupasse di ogni cosa, ad impedire che andasse tutto in rovina.

Quando anni addietro tornò a viverci, Teresa lo accolse come un figlio che rientrava da un lungo viaggio, con pianti e abbracci. Non lo chiamava più Massimino dandogli del tu, lo chiamava signorino Massimo e gli dava del lei; a parte queste differenze non era cambiato nulla: continuava a fargli da madre ed era una madre autoritaria che lo amava al di sopra di tutto. Il problema era che non si decideva ad invecchiare e cedere lo scettro del comando, quindi era obbligato a sopportarla.

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