L’altare dell’abisso – di Patrich Antegiovanni

L’altare dell’abisso

di Patrich Antegiovanni

 

Bevagna, nella tranquillità apparente della piana umbra, dove il Lago Aiso si incastona tra i campi, la vita di Fedro Soli, un trentenne di Parma, proprio non va: il lavoro, l’aspirazione, i litigi con la moglie Amalia e la paternità non voluta. Ma nulla è come crede.
In pochi giorni Fedro passerà attraverso una scomparsa, un omicidio, antichi tomi di alchimia, personaggi coloriti e una mescolanza di religioni fino ad affrontare l’Ordine degli Adepti e il suo scopo finale. Invischiato, senza poter scegliere, in forze oniriche ed ermetiche, nella potenza dell’amore e del fascino esotico. Ma disperazione infonderà coraggio e istintività provocandolo affinché concluda il percorso di metamorfosi e abbia la sua personale, al contempo dolorosa, rivelazione.
Anche per il lettore dell’Altare dell’Abisso nulla sarà come sembra, sballottato tra bugie e verità, colpi di scena e ribaltamenti, finta stasi e strappi improvvisi, archeologia indigena e futuro universale. Il mix deflagrante che rende questo mystery thriller un romanzo d’assaporare fino all’ultima sillaba.

“Mutamento, fuoco che non brucia né distrugge, putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà. Nero tramuterà in bianco prima, in giallo poi e partorirà rosso. Fuoco umido di quattro colori, le fiamme che compiranno l’Opera.”

 

Autore: Patrich Antegiovanni
Titolo: L’altare dell’abisso
Genere: Mystery Thriller
Pagine: 376
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Un incontro fastidioso

Il vento placò la sua corsa e il sole scaldava a fatica. Nel camino sibilavano due ciocchi, uno di quercia e l’altro di pesco tagliato l’anno prima. Il tempo trascorreva lento, così almeno sembrava a Fedro Soli. Sguardo smarrito oltre la finestra dove pioppi neri strozzati dall’edera si impuntavano immobili, aggrappati a una terra fertile e al contempo grezza.

Doveva lavorare, ma la testa svolacchiava su ricordi lontani, sugli avvenimenti di una vita, sulle scelte che l’avevano reso un trentenne annoiato di buoni propositi e tenui speranze scampate alla giovinezza quando avrebbe azzannato le stelle per un ideale.

Perso nel torrente dei pensieri sentì gli aghi conficcarsi nella coscia. Colombo, il gatto di casa, lo trascinava alla realtà, a ciò che ora era e non a ciò che sarebbe potuto essere. Il passato scaturiva da un concatenarsi di episodi allora presenti e che non sarebbero più tornati, poteva averne di nuovi se avesse voluto lottare e vivere l’oggi.

Ciondolò fino al pacchetto di sigarette e ne accese una. Scese le scale in legno di castagno, dei fiori con petali turchese in vetro di murano brillavano incastonati nella ringhiera e si incupì. Sentiva che l’esistenza era stata avara con lui e perché non cambiarla? Un nuovo lavoro, una vita diversa rispetto a quella imposta dalla moglie, un altro genere di resurrezione. Nell’istante in cui si delineavano i contorni l’idea scomparve subito.

Fedro sapeva di mancare in istinto, disperazione e coraggio. Flettere, anche di un minimo, il percorso dell’esistenza richiedeva un atto di forza, e solo scegliere cosa indossare la mattina richiedeva per l’appunto una scelta.

Poggiato sulla soglia si impaludava nei vicoli ciechi della mente, la sigaretta bruciava da sola. Il serpentello fumoso saliva alla finestra, come se esso stesso desiderasse la libertà, il bisogno di fuggire nella pianura che si spalancava davanti, la laetis Mevania pratis cantata da Silio Italico.

«Non riesco.» Disse tra sé e sé aspirando una boccata di fumo: «Non è il giorno adatto e non consegnerò i testi in tempo.» E pensò ad Amalia al piano di sopra.

I capelli rosso aranciati cadevano ordinati sulle spalle ed esalavano un odore di mango che lo richiamava come un magnete. Raccolta davanti al computer, rigida e a petto in fuori, la immaginava sfogliare riviste di arredamento e ruotare il rendering di una cucina per una cliente di Montefalco.

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