Wahie Loa: Il lungo ramo – di Gennaro Loffredo

Wahie Loa – Il lungo ramo

di Gennaro Loffredo

 

E se, nella vastità del Pacifico, sopra un’isola remota, esistesse ancora un gruppo di indigeni divisi in una manciata di tribù, convinte di essere le sole ad abitare il mondo e che oltre il mare non vi sia altro che mare?
Come si sarebbero evoluti, come vivrebbero, quali sarebbero i loro usi e costumi e in chi, o in cosa, crederebbero?
E se su questo territorio sorgesse una colonia composta da un’esigua cerchia di ricercatori?
E se lo pseudodetective John Barnard ed il timido soldato Josef Pafish si trovassero ad entrare in contatto con questa microscopica realtà?
E se, per evitare una guerra fratricida, questo singolare investigatore dovesse indagare su di un omicidio avvenuto in circostanze a dir poco insolite?
Aggirandosi tra le capanne del villaggio in compagnia di un’etologa e di un ottuso energumeno, battendo sentieri sconosciuti, facendosi largo nelle intricate foreste dalla fauna e flora simili a quelle della Polinesia francese, fino ad inoltrarsi su misteriose montagne, l’inventato detective riuscirebbe a risolvere il caso?
E se quest’isola nascondesse qualcosa di inimmaginabile?
La sapiente ironia di Gennaro Loffredo racconta di un incontro che si traduce in uno scontro tra culture agli antipodi.

 

Autore: Gennaro Loffredo
Titolo: Wahie Loa – Il lungo ramo
Genere: Avventura
Pagine: 250
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Whenua

Per quanto precaria fosse la sua casupola di legno costruita lassù, in cima ad un albero del pane, e per quanto beccheggiasse come una piroga al minimo alito di vento proveniente da sud, questa rappresentava la sua indipendenza. A pochi passi dalla capanna di suo padre, Moe si sentiva un semidio: diverso, più sveglio nell’apprendere, superiore come solo i sedicenni sanno percepirsi.

Alla grande festa tra le tribù che si era tenuta quella notte, lui non aveva preso parte; a che pro stordirsi di kava fino a sentirsi tutte le membra paralizzate? Non aveva bisogno di quell’intruglio di saliva dal sapore di pepe per contemplare le stelle, o meglio, gli Dèi. Inoltre, come da ormai diverse notti, doveva vegliare sulla donna cui aspirava. Hani prima o poi lo avrebbe invitato con un cenno ad entrare, permettendogli di dichiararsi ufficialmente al cospetto di suo padre e di suo fratello. In fondo lui era un buon partito: il figlio del capo oratore, secondo per prestigio solo al capo tribù. E, particolare da non sottovalutare, era piacevole di aspetto. Con il capo circondato da una corona di foglie che ornava il suo ovale bronzo dorato del tutto privo d’acne giovanile; con il suo nasino appena schiacciato sovrastato da un paio di occhi scuri, a mandorla; con i suoi denti minuscoli, bianchi e regolari; con il suo corpo, esile sì, ma agile e scattante.

La Luna era alta e il suo chiarore si diffondeva in tutto il villaggio: bisognava darsi una mossa. Moe afferrò un paio di banane contendendole ad un uccello del paradiso, che incuriosito gli svolazzava attorno, e discese dal suo albero. Seguì il fiumiciattolo che percorreva la capanna di suo padre, poi s’incurvava nei pressi della grande dimora del capo tribù per proseguire in un rettilineo che lambiva la capanna della servitù e quelle sparse dei pescatori, tra le quali vi era anche quella di Hani. Moe si accovacciò sul retro della capanna della ragazza, dove il letto di foglie secche che aveva improvvisato dodici lune prima lo aspettava. Il silenzio era quasi assoluto: la festa era terminata e i membri della sua tribù, gli Uekera, si erano ritirati nelle proprie rudimentali costruzioni. Qualcuno già russava e, tranne il fruscio che facevano i piccoli mammiferi notturni ed il gradevole sciabordio dell’acqua del fiume, non c’erano altri suoni degni di nota. Quello, per Moe, era il momento di maggiore imbarazzo. Con fare rassegnato, raccolse un paio di sassi delle dimensioni di un grosso pugno e cominciò a batterli lentamente, intonando il suo canto d’amore e di sofferenza; un canto gutturale proveniente direttamente dallo stomaco ma che era parte fondamentale del corteggiamento.

“Basta!” gridò qualcuno dalle vicinanze.

E pensare che aveva appena cominciato. Evidentemente c’era ancora chi non aveva subito gli effetti della sacra bevanda.

Hani si affacciò quasi immediatamente e, con fare irritato, gli fece segno di tacere.

Moe, visibilmente arrossito, avrebbe dovuto continuare la veglia in silenzio. Anche per quella notte non sarebbe stato invitato. I maschi della capanna dovevano essere completamente anestetizzati dal kava per poter ricevere lui e la sua offerta cantata.

Ancora disgustato per quell’estenuante rituale, Moe sbucciò la prima banana e si distese sullo scomodo letto di foglie, socchiuse gli occhi e prese a contare le stelle.
Più tardi, vinto dalla noia della gran quiete, si risollevò e diede un’occhiata all’interno della capanna: dormivano tutti profondamente mentre lui era lì, costretto a star sveglio. E così alla fine raccolse la seconda banana e si risolse ad andarsene. Al diavolo quello stupido corteggiamento, pensò. Si sta meglio e si vive più a lungo sul mio albero.

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