L’ombra del castigo – di Jacques Oscar Lufuluabo

L’ombra del castigo

di Jacques Oscar Lufuluabo

 

In uno scenario in cui le vite dei protagonisti non mostrano alcun legame apparente, emergono verità nascoste che annodano l’uno agli altri. Le vesti ipocrite, indossate da ciascuno di loro, vanno lentamente a dissiparsi con l’omicidio di una giovane psicologa, mostrando le meschinità che li rendono al contempo vittime e artefici di indicibili misfatti. Due sorelle, una coppia di amanti, un matrimonio fasullo, generano un mix esplosivo in cui l’amore è travolto dall’odio. Una storia tragica e vitale dove passione, tradimento, ricatto e vendetta, portano al limite la vita dei personaggi. Il tutto denso di ipocrisie che risulteranno la miccia esplosiva di eventi drammatici.
A seguire le indagini sarà il commissario Nardi, che per far luce sul caso si vedrà costretto a sua volta a fare i conti col passato.

 

Autore: Jacques Oscar Lufuluabo
Titolo: L’ombra del castigo
Genere: Thriller
Pagine: 270
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Le parole di Rosa lo avevano perseguitato per tutta la giornata. Riecheggiando nel cranio come urla nella notte, lo avevano percosso oltre i limiti del possibile. Il pomeriggio era trascorso nel tentativo di placare un folle impulso di rabbia, ma nulla era servito allo scopo. Franco capì che il solo modo per far cessare il tutto era quello di agire. Così, senza perdere altro tempo, corse fuori di casa, salì in auto, e in pochi attimi si gettò nel traffico della sera.

Rosa viveva dall’altra parte della città. Impiegò quasi un’ora per raggiungere la sua abitazione. Un’ora durante la quale la tensione finì di inghiottirlo. Il flusso di vetture, che dapprima inondavano la strada, scomparve lentamente sotto i suoi occhi e quando giunse a destinazione le vie erano pressoché deserte. Solo i fari del suo maggiolino scassato restavano a illuminare la zona.

Avvolto dal silenzio della sera, dubbioso se lei lo avrebbe lasciato entrare o meno, si sentì assalire dai cattivi pensieri, finché l’uscita di un vecchio dal palazzo lo ridestò. Lasciando andare ogni esitazione e senza preoccuparsi dell’auto in doppia fila, corse in direzione del portone che, però, tornò a chiudersi poco dopo.

«Maledizione!» gridò, sentendo la rabbia salire su.

Avrebbe voluto prendere a calci il portone. Sollevò un pugno nell’atto di colpirlo, ma quel tipo era là poco distante che lo fissava. Così si trattenne, serrando i denti e contraendo con forza i muscoli del collo e del braccio. In quel pugno chiuso riuscì a percepire tutta la tensione che scuoteva il suo animo e, come per allontanarla da sé, strinse la mano con maggior vigore.

Infine ricordò che in quello stabile ci aveva vissuto un anno intero. Con Rosa si erano lasciati solo da qualche mese. Non essendosi ancora sbarazzato delle chiavi, le estrasse di tasca e aprì.
Prima di entrare, lo sguardo ricadde sulla pulsantiera del citofono. Notò la targhetta dell’interno cinque, con su scritto: “Franco Mezzana – Rosa Fogliani”. Sorpreso nel vedere il suo nome ancora là, si chiese come mai Rosa non si fosse presa la briga di toglierlo. Non che ne fosse dispiaciuto. Tutt’altro. Lei aveva chiaramente espresso l’intenzione di cancellarlo dalla sua vita. Leggere il proprio nome accanto al suo, pareva lasciar spazio a un barlume di speranza. Ad ogni modo quel pensiero svanì in fretta. Il tempo di ricordare il motivo della sua visita. Lui era lì in cerca della verità e, in un modo o in un altro, l’avrebbe ottenuta. Così lasciò andare il portone e si avviò su per le scale.

Ogni cosa era come l’aveva lasciata. L’illuminazione nell’androne era ancora fuori uso. Lo stesso valeva per le luci dei pianerottoli, che fungevano ormai da semplice decoro. Franco salì incurante al secondo piano, finché, raggiunta la porta, sentì l’ansia crescere a dismisura. Un lieve rumore alle spalle bastò a farlo sobbalzare. Con la strana impressione di essere osservato, si voltò a scrutare nell’oscurità che avvolgeva il piano intero. Ma non vide né udì nulla. Prese allora la chiave dell’appartamento e fece per inserirla nella fessura. Vedendo che non entrava, capì che Rosa doveva aver cambiato la serratura. D’un tratto realizzò come il nome sul citofono fosse solo una questione secondaria e, colto dall’ira, prese a bussare con prepotenza.

«Rosa!» gridò inferocito. «Apri!»

Quando la porta si aprì, gli occhi erano ormai assuefatti dall’oscurità. Abbagliato dal chiarore che proveniva dall’interno, sollevò istintivamente un braccio per ripararsi dal fascio di luce. Poi, prima di poter dire o fare alcunché, sentì una mano afferrarlo e trascinarlo dentro.

«Razza d’idiota. Ti sei impazzito?» disse Rosa. «Hai intenzione di svegliare tutti?»

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