La vita è dura nei dettagli – di Roberto Bonfanti

La vita è dura nei dettagli

di Roberto Bonfanti

 

La vita spesso ci appare colma di difficoltà, non solo nei drammi e negli eventi traumatici che ci cambiano l’esistenza, ma anche nei piccoli gesti quotidiani, nello scorrere apparentemente invariabile dei giorni comuni.
La vicenda ruota intorno a uno studio grafico, alle persone che ci lavorano e ad altre figure secondarie, si concentra in uno spazio di tempo di circa due settimane. La narrazione è in prima persona e principalmente al presente, si articola in sette capitoli, ognuno affidato a un personaggio diverso.
Di cosa parla in realtà il romanzo? Non certamente di delitto e castigo. Non può neanche essere considerato un “noir”. Questa è solo la cornice. Parla di cambiamento.
Nella vita di tutti i protagonisti del romanzo ci sono degli avvenimenti e delle situazioni che ne condizionano o ne hanno condizionato l’esistenza.
Alcuni affrontano i loro demoni e ne escono tutto sommato vincitori, altri non ci riescono
C’è una sorta di “happy ending” solo per Stefania e Claudio, a premiare la loro evoluzione.
È un lieto fine sicuramente relativo, rimangono fra loro molti punti oscuri, molto “non detto”, ma in fondo questo è più verosimile di una perfetta quadratura del cerchio, cosa assai rara nella realtà.
Un ruolo da protagonista in questo romanzo è riservato a Bonnie, forse è solo una motocicletta, ma…
Le vicende narrate in questo romanzo proseguono nel sequel: Cose che si rompono.

 

Autore: Roberto Bonfanti
Titolo: La vita è dura nei dettagli
Genere: Thriller
Pagine: 156
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

Martedì 30 marzo

Nel sogno c’è un ragazzo, un adolescente. È in giacca e cravatta, la sua prima giacca da uomo. Accanto a lui c’è una donna di mezz’età. Piange silenziosamente, a capo chino. Il ragazzo ha lo sguardo fisso, duro. Guarda le persone. Guarda me, fra tutti si sofferma su di me.
Mi sveglio di colpo, sono sudato, ho difficoltà a respirare.
Guardo l’orologio, sono le 5,36.
Il respiro torna normale, rimane solo il dolore allo stomaco.
Mi alzo e vado in cucina. Bevo un bicchiere d’acqua.
Mentre vado in bagno arrivano i conati. Vomito nel cesso. In mezzo alla materia scura ci sono tracce di sangue.
Rimango lì, in ginocchio sulle piastrelle. Appoggio la testa al bordo freddo della tazza.
Ripenso a quel giorno.
Tommaso è un amico, oltre che il mio medico.
Mi ha spiegato la tac, la risonanza magnetica. Mi ha parlato di “Segno di Courvoisier-Terrier”.
Mentre lo ascoltavo in silenzio non ha distolto per un attimo lo sguardo da me.

“Non ti voglio mentire, Enrico. Il quadro clinico è grave.”
“Ci sono possibilità?”
“Possiamo provare con la chemio…”
“Tu lo faresti?”
Ha esitato un attimo, si è tolto gli occhiali.
“No.”
Mi ha prescritto delle medicine.
Mi ha dato anche il numero di telefono di un suo amico psicologo.
Non l’ho mai chiamato.

Mi sciacquo la faccia e torno a letto. Provo a dormire ancora un po’.

Quando esco vedo Di Girolamo, il mio vicino, che sta verniciando il cancello.
Rientro in casa e scrivo un numero di telefono su un foglietto per appunti.
Esco di nuovo.
“Ciao Giuseppe.”
Alza lo sguardo verso di me mentre mi avvicino.
“Buongiorno Enrico. Come va?”
“Tutto bene, tu?”
“Eh, come vuoi che vada. Da pensionati.”
Indica con il pennello il cancello del suo vialetto.
“Aveva proprio bisogno di una mano di vernice.”
“Senti… prossimamente starò via per un po’… ti volevo dare il numero di Emanuela, la mia ex moglie. Per ogni evenienza, non si sa mai. Lei ha le chiavi di casa mia.”
Prende il foglietto.
“Va bene. Parti per lavoro?”
“Sì… qualche giorno. Dopo Pasqua, penso.”
“Vuoi che ti annaffi le piante?”
Guarda i cespugli di rose nel mio giardino.
“Beh, se non ti dispiace. Una volta ogni tanto, magari.”
“Certo. Anzi, ti volevo chiedere se posso prendere una talea delle tue rose per piantarla qui. A Teresa piacciono tanto.”
“Fai pure. Non c’è neanche bisogno che tu me lo chieda. Ciao Giuseppe.”
“Buon lavoro Enrico.”
Salgo in macchina e vado in ufficio.

Sono il primo ad arrivare.
Dopo una mezz’ora entra Antonella.
“Buongiorno Enrico.”
“Ciao… sai se Claudio viene stamattina?”
“Sì, penso di sì. Almeno ieri ha detto che veniva.”
“Bene. Vado nel mio ufficio. Avvisami quando arriva.”

Gli voglio parlare. Non so se è il momento. Ma in fondo non è mai il momento giusto.
Mi chiudo la porta alle spalle. Vado alla scrivania. Dal primo cassetto prendo un blocco per appunti.
Rileggo un paio di pagine, rifletto.
Poi riprendo a scrivere.

Mercoledì 31 marzo

Mario entra e si siede davanti alla mia scrivania.
Ci conosciamo da una vita. Ma in fondo che cosa so veramente di lui? Dopo tanti anni questa è una delle poche volte che non parliamo solo di lavoro.
Lui sta in silenzio, così prendo io l’iniziativa.
“Allora, hai deciso? È per oggi?”
Prende il tagliacarte. Lo soppesa. Batte due o tre volte il lato piatto nel palmo della sinistra.
“Sì. Ho l’aereo stasera.”
“Quindi hai già sistemato tutto?”
Mario annuisce, poi mi chiede: “hai detto qualcosa… a loro?”
Con un gesto del capo indica la porta alle sue spalle.
“Ho parlato solo con Claudio, ieri. Gli ho affidato la direzione dello studio.”
“Secondo me hai fatto bene. È in gamba, non è un genio ma ha delle qualità. Ti ha chiesto perché?”
“Gli ho spiegato che non mi rimane molto tempo. Mi ha garantito che lo terrà per sé. Per ora.”
Riflette per un attimo.
“E di me? Che gli dirai?”
Guardo verso la finestra.
“Non lo so. Ma qualcosa dovrò dire, prima o poi.”
“Certo… dammi solo un po’ di vantaggio.”
“Va bene Mario.”

Si alza ed esce senza una parola.
Guardo il tagliacarte sulla scrivania. La punta è girata verso di me.

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