Buio – di Aurelio Andriani

Buio

di Aurelio Andriani

 

Un biologo fugge dalla città per tornare nella casa in cui ha vissuto la sua infanzia, fra montagne e colline a ridosso di un tetro boschetto che da sempre è oggetto delle sue angosce e che gli rievoca le tristi vicissitudini che la vita gli ha riservato. Ma le paure ancestrali e i vuoti di memoria potranno essere colmati solo combattendo il buio fuori e soprattutto dentro di sé.

 

Autore: Aurelio Andriani
Titolo: Buio
Genere: Horror
Pagine: 37
Edito da: Self Publishing
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ANTEPRIMA

La porta era spalancata e la finestra sul retro anche.
Le tendine a fiori fucsia della finestrella ondeggiavano mosse dal vento, mentre la loro luminosità veniva assorbita dal buio spugnoso al di là dei vetri.
Sin da bambino quel boschetto gli aveva incusso terrore di notte, ma quella sera sembrava avesse centuplicato il suo potere ipnotico su di lui.
Nulla di strano circondava quella casa sperduta sulle montagne e fra i boschi, se non quel gruppetto di aceri e pini le cui foglie, mosse dal vento e buttate nelle tenebre, provocavano quel suono stupendo e terribile allo stesso tempo. Sentiva l’alito della natura soffiargli sul collo e attraversargli il cuore, gelandolo a fondo e stimolando la sua fervida fantasia.

Era solo.
Era rimasto vedovo per cause e in circostanze che nessuno sapeva con precisione, ma si vociferava fossero così strane da non essere narrabili. E tutto per colpa dei tronchi e delle foglie di quel boschetto a cinquanta metri da casa sua. Nessuno in paese osava indagare e il solo pensiero di andare a fargli visita, come spesso succedeva per via delle sue conoscenze in campo medico, tremavano e rabbrividivano.

Non che Dave fosse un uomo dall’aspetto poco presentabile, anzi. I suoi 48 anni li portava benissimo, anche se le prime rughe accanto agli occhi lasciavano sgorgare i suoi trascorsi, mentre il suo passato ne rimarcava i bordi. Sentiva quell’aria, quel fresco autunnale che gli mormorava all’orecchio e quando il crepitio della legna nel camino lo distoglieva dal quel suo assaporare il timore della natura, subito una foglia scrosciava sulle altre già morte e lo riportava in quella ipnosi sulla soglia di casa.

Il buio.
Non c’era altro che il buio, ma i suoi occhi penetravano quel nero, come tante volte avevano fatto, e visualizzava ogni singolo rumore che udiva, come fosse avvenuto durante le ore diurne e ricostruiva nella sua mente tutta la scena che ora poteva solo udire.
Immaginava quei rami flessibili e freschi che si carezzavano l’un l’altro, inseguendosi nel vento e seminando i loro gialli germogli per lasciare il posto a un raggio di sole che avrebbe baciato i funghetti. Era una calda e rustica scenetta di campagna che racchiudeva in sé quella semplice poesia che era il ciclo della vita.

Ma quella notte no. Non riusciva a pensare al sole e alle foglie che facevano a gara per toccare il muschio prima di un rametto, inutile e secco, spezzato dal soffio di Eolo.
In mezzo a quel vento la sua ombra non vacillava, anzi, sputata dalla luce da dentro la cascina, si ergeva nera e tetra, immobile alle frustate che l’erba, un po’ alta intorno alla testa, sferzava su di lei mossa dal vento.
Oltre alla luce e a quel buco a forma di uomo, null’altro c’era se non la tenebra oscura, massaggiata dal vento e nutrita dal nulla.

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