Al di là del baratro – di Giuseppe Pellegrino

Al di là del baratro

di Giuseppe Pellegrino

 

Eugenio Finzi, il protagonista del romanzo, è un uomo di 53 anni che lotta disperatamente con le sue più intime paure e con gli spettri che la vita presenta impietosamente. Viene salvato dalla disoccupazione, dopo otto mesi di forzata inattività in cui ogni certezza acquisita sembra svanire, grazie a una sua vecchia conoscenza. Sembra l’inizio di una nuova vita, ma ben presto si accorge che tutto ciò che di positivo aveva pensato del suo nuovo lavoro si dissolve. Trame oscure e inconfessabili, l’ombra inquietante del suo vecchio amico di gioventù (socio dell’azienda che l’ha assunto) e del suo più vicino collaboratore, rendono man mano quella iniziale rinascita un nuovo incubo.
Ma non ha più tempo per fermarsi. Né possibilità. Deve andare avanti, scoprire, e credere in un altro modo di vivere e di lavorare. O affonda o risorge, non ha altra scelta.
Un romanzo dove il mondo del lavoro viene rappresentato al di là dei soliti schemi, in cui etica, morale e dignità non sono regole scritte ma valori per cui lottare, fino a capovolgere ogni rapporto gerarchico e giungere al sogno. Ma il sogno ha un limite, la realtà stessa, perché il sogno è: “Quel desiderio supremo che, a prescindere dal suo inverarsi, non ha ancora incontrato la realtà”.

 

Autore: Giuseppe Pellegrino
Titolo: Al di là del baratro
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 263
Edito da: Runa Editrice
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ANTEPRIMA

Ero seduto sul divano e fissavo il telefono, in attesa di uno squillo. Mi torturavo nervosamente le dita, senza aver la forza di staccarne lo sguardo, perché, dal suono di quell’apparecchio, dipendeva la mia stessa esistenza.
Da un paio di giorni mi ero ormai barricato in casa, preso da un’altalena di sensazioni i cui estremi opposti erano: l’eccitazione, al verificarsi di quello squillo, e la prostrazione, al dissolversi di quel forte desiderio. Fra i due correva la noia dell’attesa, interrotta spesso però, dall’una o l’altra sensazione.

Avevo perso il lavoro quasi otto mesi prima, ormai, improvvisamente e inspiegabilmente, e la risposta dell’azienda era stata glaciale e inappellabile: una lettera di licenziamento, dopo mesi di aspre vertenze, e giustificata da tagli per crisi strutturale.
Non ti aspetti possa succedere a te ciò che è successo ad un altro, e di cui sei stato magari impotente testimone, ma la realtà, spesso, non è lì solo per essere guardata: a volte ci tocca subirla.

Ci misi parecchio per uscire dalla depressione che mi aveva colpito subito dopo il licenziamento. Nei primi giorni di quella subdola patologia, che s’insinua strisciante, fino a occupare stabilmente la psiche, non riuscivo quasi ad alzarmi dal letto. Vedevo le mie figlie e mia moglie uscire per consumare il rito quotidiano dell’esistenza, e subito dopo sprofondavo nel letto, preso da un’astenia e da un’assenza assoluta di stimoli che non avevo mai conosciuto, né pensavo potesse mai verificarsi.

Non potevo assolutamente farcela da solo; vi sono casi in cui la perdita diventa talmente irreparabile, da rendere vano ogni sforzo per riguadagnare ciò che ci è stato sottratto. Solo l’aiuto estremamente energico della famiglia mi salvò da quel baratro e così, dopo più di otto   mesi, grazie a quel fortissimo aiuto e ad un estremo scatto di orgoglio, riuscii a superare quel periodo tremendo, fino a dare tutto me stesso per la vitale causa della ricerca di un lavoro.

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