Lo zaino è pronto, io no – di Marco Lovisolo

Lo zaino è pronto, io no

di Marco Lovisolo

 

Personaggi strampalati, incontri originali, situazioni bizzarre e piccoli disastri prendono vita nel corso di questo piacevole diario che ci accompagna in giro per il mondo, dall’Africa Orientale all’America Centrale, dall’India al Perù, dal Sud-est asiatico alla Patagonia. L’autore interpreta il viaggio come esperienza esistenziale e ricostruisce, con ironia e disincanto, gli aneddoti che hanno segnato indelebilmente i suoi straordinari vagabondaggi. Marco vive intensamente l’esperienza del viaggio in solitaria, abbandona le rigide convenzioni che regolano la sua esistenza quotidiana e segue un percorso di crescita interiore che lo porta ad affermare: “Ho capito che il viaggio è un’autentica forma d’arte perché rappresenta la vita nelle sue mutevoli sfumature, permette di conferire una nuova dimensione alle cose, ti inebria con il senso di libertà che sa regalarti. I viaggiatori, in realtà, sono artisti”.

 

Autore: Marco Lovisolo
Titolo: Lo zaino è pronto, io no
Genere: Letteratura di viaggio
Pagine: 224
Edito da: Youcanprint
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ANTEPRIMA

PERÙ e BOLIVIA

Reduce da Teotihuacán (Messico) e Taj Mahal (India) mi sono messo in testa di visitare tutti i luoghi più emblematici del pianeta. Una specie di collezione privata di trofei. Al momento di decidere le vacanze mi trovo di fronte a due possibilità: Machu Picchu in Perù e Angkor in Cambogia. Siccome non riesco a scegliere, decido di affidarmi al metodo più razionale possibile: testa, vado in Perù, croce vado in Cambogia.
Esce testa, ed io corro in libreria a comprarmi la guida del Perù, e a dare un’occhiata a quella della Cambogia, hai visto mai.

Come al solito vivo il momento della partenza in preda a sensazioni contrastanti: poca voglia di partire, senso di inadeguatezza, immediate pulsioni di ritorno a casa e contemporaneamente quel desiderio costante di andare oltre, di girare l’angolo per vedere cosa c’è, di aprire quella porta per scoprire cosa nasconde.

Questo continuo mettermi alla prova, come se non mi ritenessi capace di fare le cose, questa insaziabile voglia di vedere il mondo, cosa sono? Da quale luogo del mio animo vengono? E perché continuano a girarmi in testa senza lasciarmi in pace?
Il viaggio in definitiva è veramente una metafora della vita, è una serie di tappe che si succedono, alcune pianificate, altre casuali, è un insieme di incontri fortuiti e di arricchimento personale. Non sarà che la mia paura di viaggiare potrebbe essere interpretata come paura di vivere, come timore derivato dal rendersi conto che la vita è semplice e basta lasciarsi condurre per dominarla totalmente?
Con questi pensieri finisco di preparare il mio zaino, lo appoggio alla porta e con l’ansia che mi attanaglia lo stomaco me ne vado a letto.

Memore della pessima esperienza vissuta con Iberia solo un paio d’anni prima, ho deciso di cambiare compagnia di volo; il percorso per raggiungere Lima prevede un doppio scalo a Madrid e Caracas. Questa volta per fortuna tutto scorre liscio e nel giro di una quindicina di ore sbarco nella capitale peruviana, con il fuso orario sballato e le palpebre ad altezza caviglie.

Di Lima non c’è poi molto da dire. In teoria dovrebbe essere una bella città e per quanto riguarda alcuni aspetti storici, effettivamente, lo è. Purtroppo porta i segni di uno sviluppo forsennato vissuto a partire dagli anni Venti del secolo scorso, risultato di un’immigrazione di massa proveniente principalmente dagli altopiani. Questo significa cementificazione selvaggia, densità di popolazione al limite dell’accettabile, scarsità di servizi di base e traffico che ti fa venire voglia di comportarti come Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia.

Lima venne fondata con il nome di Ciudad de los Reyes il 6 gennaio 1535 da Francisco Pizarro. Si tratta di una caratteristica comune a tutti i conquistadores spagnoli dell’epoca, un’abitudine derivata dal periodo della Reconquista e della successiva colonizzazione delle Canarie. Pressati dalla necessità di legalizzare le proprie conquiste e di suddividere i guadagni con tutti i partecipanti all’impresa secondo rigidi schemi contrattuali definiti a priori, i capitani di ventura si preoccuparono di fondare il prima possibile una città, ricevere per essa lo statuto giuridico dalla Corona e porre le proprie persone di fiducia a capo delle istituzioni municipali, in modo da mantenere il controllo legale delle conquiste appena fatte.

Oltre a questo gli spagnoli, popolo di navigatori, avevano assoluto bisogno di un porto sull’oceano che permettesse loro di mantenere i contatti con la madrepatria, altrimenti come avrebbero potuto inviare in Spagna le tonnellate di oro rubate agli Inca?

Nel 1746 la città venne praticamente rasa al suolo da un terremoto di proporzioni immani. La ricostruzione procedette a grande velocità, ma oggi a Lima non si può ammirare nemmeno uno degli edifici coloniali originali, sebbene quello che c’è adesso non sia di poco conto.

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