Il piano Tiberio – di Mario Antobenedetto

Il piano Tiberio

di Mario Antobenedetto

 

8 A.C. – Antiochia. Gaio Senzio Saturnino, console dell’Impero Romano in Siria, riceve una missiva dall’Imperatore Augusto.
02/04/2012 – In tutto il mondo si apprende la notizia della morte del Papa.
Il dottor Luca Di Gavelno è chiuso da giorni nel suo studio al quartiere Prati di Roma, lambiccandosi il cervello per trovare una soluzione al dilemma che lo affligge.
18/04/2012 – In Vaticano inizia il conclave.
Il Vescovo Marcelo Medina Estevez si trova nella Cappella Sistina per partecipare alla prima votazione.
L’infermiera Lorenza Nilli, alle prese con gravi problemi personali, è di turno al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, a poche centinaia di metri da Piazza San Pietro.
Il più grande e sbalorditivo segreto della storia dell’umanità, dopo oltre duemila anni di intrighi, omicidi ed inganni, sta per essere svelato, stravolgendo le vite dei protagonisti di questa storia, e forse, del mondo intero.

 

Autore: Mario Antobenedetto
Titolo: Il piano Tiberio
Genere: Thriller storico
Pagine: 446
Edito da: A.CAR.
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ANTEPRIMA

Siria Provincia Romana
Antiochia
8 A.C.
746 A.U.C.

La bruma ricopriva gli anfratti scoscesi del monte Carmelo, mentre un timido sole cercava di far capolino tra la coltre di fitte e grigie nubi. La città era già sveglia in
quella fredda mattinata invernale, caotica nel suo mercato centrale e malinconica alle pendici della montagna. Cecilio, viso ruvido ricoperto da numerose efelidi, occhi neri e lunghi capelli castani, la osservò dal balcone del palazzo governativo, masticando un’attesa che si faceva sempre più amara. Messaggero e uomo di fiducia dell’imperatore Augusto, si trovava nell’estremo oriente dell’impero, per recapitare un’importante missiva al console di quelle lande, a lui per nulla affini. Udendo i passi svelti di uno dei servi si voltò in tempo per slanciare il braccio destro e agganciare con mano salda il pover’uomo al bavero della sua tunica.

«Va a dire al tuo signore che non ho intenzione di
concedergli altro tempo. Non mi interessa se sta ungendo tutte le meretrici della Giudea, lo voglio qui, in piedi, nel giro di mezza clessidra, altrimenti ne risponderà direttamente al suo Cesare ed Erode in persona.»

Solo allora si voltò a guardare in faccia quell’insignificante omuncolo dalle folte sopracciglia, sputò in terra e lasciò il bavero del servo, invitandolo a filare via. Da quando la Siria era divenuta provincia dell’impero Romano era la seconda volta che Cecilio si trovava costretto a metterci piede, odiava il clima, la puzza dei loro cibi speziati, ma soprattutto le persone, ai suoi occhi apparivano piccoli e vili, fuggiti dall’Egitto al farneticare di un profeta, spinti da quella fede che lui non riusciva proprio a comprendere. Ebrei li chiamavano, per lui erano solo la feccia del genere umano. Issandosi bene la calda mantella rossa sulle spalle larghe si affacciò al balcone, i cavalli iniziavano a mal sopportare l’umidità, nitrivano dando un gran da fare alla guida che cercava di tenerli a bada, il messaggero strinse tra le mani il papiro contenente la missiva Augustea, sentì i piedi umidi dentro gli stivali e maledisse per l’ennesima volta la stupidità del console, meditando di spaccargli il grugno alla prima occasione.

Il servo riprendeva fiato appena fuori la stanza da letto del suo signore, era combattuto ed aveva paura di sbagliare mossa. Il console si sarebbe arrabbiato moltissimo con lui per averlo svegliato, ma d’altro canto l’ira del romano non sembrava un’alternativa edificante. L’ebreo dunque, prese il coraggio a due mani e scostò la tenda merlata della stanza da letto, per poi bloccarsi subito dopo, sentendo venir già meno la spocchia con cui si era introdotto. Trattenendo il respiro osservò la figura di Gaio Senzio Saturnino riposare pacioso sotto il delicato lenzuolo di lino, ma tutta l’attenzione del servo era rivolta alla siluette della prosperosa puttana che giaceva stesa al suo fianco, completamente nuda e generosa nel mostrare il seno e il moro pube. I folti capelli della giovane occultavano gran parte del suo viso che, seppur fosse stato visibile, non avrebbe di certo riscosso il successo che il resto del suo corpo aveva scatenato nel servo. Questo ingoiò a fatica un amaro boccone di saliva e portandosi di malavoglia verso il lato del letto di Saturnino iniziò a pensare al modo migliore di svegliare il suo padrone.

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