Questioni di prospettiva

Quando non capisco cambio prospettiva. Se continuo a osservare da un solo punto di vista, da un solo lato, sbatto di continuo e non arrivo al quid, all’aspetto essenziale. Ecco che avvicinandomi, modificando la visuale e le convinzioni iniziali spesso la soluzione è lì chiara e lampante, più semplice di quanto sembrasse.

Siamo sicuri che la letteratura abbia univocamente gonfiato i guadagni di produttori cinematografici e serie TV?

A primo acchito chiunque direbbe di sì, anche io. Come tutti sanno, il cinema fin dalle sue origini ha tratto ispirazione dalla letteratura, infatti nel cinema muto per coinvolgere il pubblico si doveva ricorrere a soggetti conosciuti. Nel 1911 uscì uno dei primi film italiani prodotto dalla Milano films, diretto da Francesco Bertolino, dal titolo “L’Inferno” ed è proprio la trasposizione della prima cantica della Divina Commedia. Non è errato affermare che usare trame conosciute sfruttandone il successo avuto è tutt’ora uno dei motivi per cui il connubio libro cinema funziona. Con il trascorrere degli anni possiamo citare innumerevoli esempi di trasposizioni, dai grandi capolavori cinematografici ai casi di completi flop.

Ma tecnicamente cos’è una trasposizione cinematografica? Per la semiotica (studio del linguaggio) è una forma di traduzione, controllando un qualsiasi dizionario specifico il sinonimo è proprio traduzione. Secondo Roman Jakobson infatti la trasposizione cinematografica traduce un sistema linguistico in un altro sistema differente, ovvero da una forma scritta a un’altra forma composta da immagini e suoni. Quando leggiamo un libro noi stessi eseguiamo una sorta di traduzione, una trasposizione mentale, trasformiamo la parola scritta in immagini, suoni, odori, sensazioni… per cui la nostra traduzione è più completa di quella cinematografica. Quando vediamo un adattamento di un libro letto, soprattutto se datato, abbiamo in mente tutto un palcoscenico di personaggi, eventi e aspetti. Nonostante i notevoli investimenti e la tecnologia utilizzata, questi subiscono un filtro materializzato dalla mente del regista, dai limiti dei tempi cinematografici e dagli scarsi mezzi di cui il cinema dispone rispetto alla nostra immaginazione.

Se infatti confrontiamo la nostra trasposizione mentale con quella cinematografica raramente vince la seconda. Quando succede siamo davanti a film/serie ben riusciti. Ma perché questa consuetudine prosegue se i film perdono in partenza rispetto ai libri? non converrebbe che i registi si affidassero solo a sceneggiature inedite? Certo, si può rispondere che attirano il pubblico che conosce la storia e il regista si avvale di una trama di successo in cui la maggior parte del lavoro creativo è già stato fatto dall’autore, e va solo adattata.

Ma è solo questo?

Qui torniamo al discorso iniziale, abbiamo capito quanto la letteratura dia al cinema, ma cambiamo prospettiva e vediamo quanto il cinema dà alla letteratura. E per capirlo facciamo ancora un piccolo passo indietro, manca un anello di congiunzione.

In passato c’era solo il teatro, alcune volte era complicato adattarvi certi romanzi, tuttavia spesso gli scrittori indossavano anche la veste di sceneggiatori teatrali e diversi grandi classici dell’Ottocento, ad esempio, hanno proprio un’impostazione drammatica. Ora cambiamo veloce prospettiva, eccoci ai giorni nostri dove spesso gli autori moderni sono anche sceneggiatori, i manuali di scrittura creativa sono indirizzati sia a sceneggiatori che ad autori letterari, e quelli nati per gli uni vengono spesso utilizzati dagli altri. I romanzi sono profondamente cambiati negli anni, certo è mutata la società, ma gli scritti moderni hanno un’impostazione cinematografica, con cambi di scena e prospettiva repentini, scarse descrizioni, apertura dell’obiettivo con bruschi allargamenti dell’inquadratura, ritmo spesso così veloce da perdere la grazia della lettura e la nitidezza dell’immagine che stiamo costruendo. Infatti il confronto tra trasposizione mentale e cinematografica di cui parlavo prima è in parte cambiato, la profonda modifica nella struttura dei romanzi (ovviamente ci sono molte eccezioni) ha fatto sì che l’immagine creata in noi sia più nebbiosa perché oppressa dai cavalloni del ritmo e dagli sbalzi emozionali per tenere alta la tensione.

Unendo le prospettive: la letteratura ha condizionato cinema e telefilm fornendogli i soggetti, ma a quanto pare il cinema ha cambiato in modo più profondo la letteratura moderna modificandone costruzione delle trame e progressione della storia, portandoci quasi a credere che il piacere di una descrizione sia tempo tolto alla continua corsa verso l’ultima pagina.

Qualche mese fa lessi un saggio di Christopher Vogler dal titolo “Il viaggio dell’Eroe” e sottotitolo “La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e di cinema”. L’autore ha analizzato l’anatomia standard di una storia vincente aiutandosi con la psicologia di Carl Jung e gli studi sulla mitologia di Joseph Campbel. Vogler ha creato una sorta di guida pratica dello scrittore che nella sua forma ridotta è stata, ed è, la bibbia degli sceneggiatori di Hollywood, lettura imposta ai dipendenti proprio dai maggiori studi di produzione. Molti film e libri di successo sono nati applicando ciò che l’autore chiama “il codice segreto del racconto”. Lui stesso ammonisce dall’utilizzarlo senza alcuna cognizione per creare storie in fotocopia, come è stato fatto. Riporto una citazione dalla prefazione che, a mio parere, contraddistingue le opere eccellenti: “Al centro di ogni artista c’è un luogo sacro dove tutte le regole sono accantonate o deliberatamente dimenticate e contano solo le scelte istintive del cuore e dell’anima dell’artista.”

Voglio concludere con “in medias res stat virtus”, tolti gli estremi cinema e letteratura sono in simbiosi, quando coesistono senza parassitarsi noi, come fruitori, ne guadagniamo sempre.

Lascia un commento