999 vite Uniti da un filo di seta – di Nadia Busato

999 vite Uniti da un filo di seta

di Nadia Busato

 

“L’incubo era iniziato circa un anno prima, quando Giovanni era partito per lavorare nei boschi…”
L’anima di Lucia si perde tra i fiocchi di neve in quel dannato lontano 29 marzo 1900. Di generazione in generazione, si districheranno segreti e nodi familiari in un susseguirsi di tribolazioni. Edith, uno dei personaggi principali, scoprirà di portare pesi che non le appartengono e che le impediscono di vivere liberamente la propria esistenza, sentendosi costantemente minacciata. Nell’ossessiva ricerca di sé alternerà il lettino dell’analista a terapie di ogni genere, come l’esperienza sciamanica in Messico e l’incontro con un guru in India.

 

 

Autore: Nadia Busato
Titolo: 999 vite – Uniti da un filo di seta
Genere: Narrativa italiana
Pagine: 196
Edito da: Street Lib
Acquista su Amazon


ANTEPRIMA

Quel mattino Lucia si svegliò prima dell’alba.
Doveva preparare tutto: accendere la stufa che avrebbe scaldato la cucina e l’acqua con la quale avrebbe lavato Maddalena e Raffaele; poi le mucche la aspettavano nella stalla con le mammelle gonfie. Adorava mungerle. Ogni mattina compiva quei primi gesti come un culto, inaugurando il nuovo giorno. Assonnata si appoggiava a loro, il loro tepore era una consolazione, annusava il profumo del latte appena munto. Stella era la sua preferita, l’aveva vista nascere; i suoi occhi brillavano come due astri nell’oscurità, mostravano qualcosa di umano. Lucia le parlava di sé, le raccontava i segreti della sua anima, diluiva il buon latte con le lacrime, si abbandonava e la mucca, quasi a condividere le sue pene, le batteva piano la coda sulla schiena.

La primavera tardava, era la fine di marzo e faceva ancora molto freddo.
Maddalena aveva cinque anni. Silenziosa e introversa, parlava a fatica, ma i suoi occhi scuri esprimevano tutta la sensibilità e il disagio che portava dentro.
Il più piccolo era nato da poco, al termine dell’ottavo mese. L’avevano chiamato Raffaele, come l’arcangelo della divina guarigione. Un tenero fagottino di ossicini rivestiti di pelle grinzosa. Stentava a crescere, si diceva fosse al mondo per miracolo, una creaturina per non far dimenticare. Il medico aveva detto che difficilmente sarebbe sopravvissuto, si doveva battezzare il prima possibile, così sarebbe stato pronto a unirsi agli angeli con l’anima pulita. E così avevano deciso di fare Lucia e Giovanni. Lo avrebbero battezzato quel mattino, verso le undici, nella chiesetta giù in paese.

La stufa si era spenta molte ore prima, il respiro caldo inumidiva l’aria fredda della stanza; ma lei il freddo non lo sentiva, ormai da qualche tempo non sentiva più niente.
Teneva il viso rivolto verso la finestra che dava sul cortile, il sole apriva gli occhi al giorno sollevandosi pigro da dietro la montagna e il chiarore del suo sguardo animava pian piano la stanza infilandosi tra le bianche tende di cotone, al centro delle quali Lucia aveva ricamato due amorini che suonavano la lira. Li aveva scelti perché il loro viso estasiato le dava una sensazione di pace. Per lei quelle tende erano preziose perché le aveva confezionate con la madre e adesso stava insegnando a Maddalena a ricamare quel soggetto.
Un piccolo topo avanzava cauto lungo la parete davanti ai suoi occhi. Di solito quelle bestiole non passavano inosservate; Lucia si prodigava affinché non albergassero in casa sua. Non le temeva e nemmeno le facevano ribrezzo, si lamentava solo che rosicchiassero tutto senza rispetto, per questo andavano allontanate. Il suo sguardo oltrepassò la trama del ricamo, si perse oltre i fili di cotone, oltre i vetri, oltre il cortile, oltre i tetti, oltre i monti, oltre.

Lascia un commento