Talvolta un libro – di Antonella Polenta

Talvolta un libro

di Antonella Polenta


Gradara, nel XIII secolo, è un ameno borgo medievale situato nelle Marche al confine con la Romagna che fa da sfondo a un amore intenso destinato a divenire imperituro. Il libro definito “galeotto” da Dante Alighieri nel Canto V dell’Inferno è causa ed effetto della passionale e, al tempo stesso, tragica relazione tra la bella Francesca e il cognato Paolo.
La storia ha inizio a Gradara nel 1289 e procede a ritroso di qualche anno. Il castello era stato acquisito, con l’appoggio del papato, da Malatesta da Verrucchio, capostipite della casata, già nel 1260 e presumibilmente abitato da Francesca e dalla figlia Concordia negli anni in cui Giovanni Malatesta ricopriva la carica di podestà nella vicina Pesaro, dove per norme statutarie e diritto consuetudinario era proibito portarsi dietro la famiglia.

Edito da: Elmi’s World
Genere: Romanzo storico
Pagine: 224
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ANTEPRIMA

Gradara, settembre 1289

Lanfranco si era svegliato di buon’ora. Era troppo allegro per restare a poltrire come il suo solito. Benché non fosse un’ora acconcia per presentarsi al castello, scalzò le coperte e si caracollò giù dall’enorme letto a baldacchino.
Ogni mattino, al risveglio, il pensiero di dover inclinare il tergo e imprimere un colpo alle reni per dare slancio alle gambe, che altrimenti non avrebbero toccato il pavimento, era talmente assillante da indurlo a ritardare quanto più possibile quel momento. Malgrado il suo aspetto piacente – una fluente capigliatura nera gli incorniciava il viso dai tratti regolari, lo sguardo assassino, il sorriso accattivante – era di modesta statura. Infilò le ciabatte, stiracchiandosi raggiunse la finestra e sbirciò il cielo. Strie rosate del giorno appena sorto tingevano l’orizzonte. Aprì la pesante imposta e cacciò la testa fuori. L’aria pungente gli fece aggricciare il naso e le labbra. Per reazione a quella fredda ma piacevole sferzata d’aria, allargando le braccia, inspirò a pieni polmoni. I cinguettii degli uccelli acquattati fra i rami dei sottostanti lecci lo accompagnarono per tutto il tempo. Richiusa la finestra, si sedette allo scrittoio. Fra fogli, pergamene, carte, calami, inchiostri e penne d’oca troneggiava una clessidra. Non passava attimo che non la osservasse, ma il mirarla e rimirarla non accelerava il trascorrere del tempo che mai come in quell’occasione gli parve eterno. I granelli di sabbia venivano giù così a rilento che gli venne voglia di imprimere un colpetto sull’ampolla per accelerarli. In questo caso l’inganno l’avrebbe rivolto solo a se stesso e non di certo al tempo. Neppure il comporre carmi, trastullo suo preferito, riusciva a distoglierlo dall’assillo interiore. Le parole sulla pergamena resistevano giusto l’istante in cui vergava la vocale finale, che di lì a poco le raschiava via. Mentre i fuochi dell’anima, le carbonelle dell’ardore, gli uzzoli d’amore sono egregie muse ispiratrici per un poeta, l’ansietà è una cattiva e invisa compagna.

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