Umanità e umanizzazione

Cosa deve fare una società per dimostrarsi veramente evoluta, progredita e civile? Qualcuno si è posto questa domanda? E in caso affermativo, che risposta si è dato?
Forse non occorrono panegirici magniloquenti, tautologie, per dare una risposta a queste domande. Occorre solo osservare con attenzione. Osservare percependo quanto ormai ci scivola via, fotografando una situazione per la quale la locuzione “disagio sociale” risulta un eufemismo.
Vivo e lavoro a Torino e, abitualmente, lavorando in prossimità del centro, sono solito fare una breve passeggiata nei dintorni di piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo e per tutto il reticolo di vie storiche che le attraversano. Osservo e percepisco, percorrendo vie e piazze del centro, le due facce della stessa medaglia: l’enorme disagio sociale e la più egoistica indifferenza. Il primo si palesa nella selva di clochard che, sdraiati per terra, inginocchiati o tremebondi e in precario equilibrio, popolano a scacchiera vie e piazze del centro, la seconda nella “normalità” con cui centinaia di persone passano oltre la sofferenza, come se le persone che la incarnano fossero fantasmi privi di carnalità.
E allora mi chiedo… è questa la civiltà? La civiltà si misura in avanzamento tecnologico, nella ostinata e indiscriminata diffusione di beni superflui che contribuiscono all’aumento del PIL, o in un senso di comunità ormai smarrito?
Due anni fa pubblicai un libro, “Oltre ogni apparenza”, che intendeva rappresentare proprio questo spaccato sociale; un uomo all’apice della sua carriera di broker finanziario, stufo di assecondare mire predatorie dei propri superiori e in preda a una crisi di coscienza, si oppone all’ultimo diktat, fra lo stupore dei colleghi e del direttore, e viene umiliato e demansionato. Abbandonato da tutti e, in primis, dalla moglie, che lo bolla come ingenuo e idealista, si dà alla vita da strada.
Sorvolo sul resto del racconto, che ha molteplici sfaccettature, mi limito a dire che, il protagonista, diventa uno di coloro che osserviamo con indifferenza nelle nostre città: un emarginato, un barbone, un reietto, in sostanza un “fallito”. Prima di scrivere il libro ho osservato questa umanità, ho parlato con qualcuno di loro, e spesso ho percepito una volontà di riscatto che non desse solo un’umanizzazione alla loro vita, ma un senso, e soprattutto un’identità, giacchè il randagismo ne è l’esatto contrario: il puro e agghiacciante anonimato.
Ho quindi dato al personaggio un ruolo attivo, una consapevolezza, una capacità critica non meno forte della sua scelta iniziale, capovolgendo quindi ciò che nell’iconografia classica viene trasmesso di tali persone… ne ho intravisto, quindi, fra le nebbie e l’oscurità di un nichilismo esteriore, un mondo interiore del tutto opposto… ne ho intravisto un uomo, un essere umano come noi, “colpevole” solo di aver scelto di ascoltare la propria coscienza.
Purtroppo questi diseredati sono in aumento, e forse anche la nostra indifferenza… e allora spero che, un giorno, la nostra società si liberi da tutti quegli ammennicoli tecnologici, simbolo di modernità e “progresso”, e si accorga, nel tempo sottratto a tali ammenniccoli, che il progresso non può risiedere in un oggetto o in un bene, ma nella capacità di ricreare quel senso di comunità che sembra smarrito.
So che sarà una battaglia quasi impossibile, ma so anche che, per riacquistare l’umanità perduta, dev’essere compiuto ogni sforzo; e, tanto per cominciare, rivolgiamo lo sguardo verso ciò che spalanca un abisso, ci fa paura, ci impone meditazione, riflessione, ma che altro non è che il mondo reale e non virtuale. L’indifferenza e la paura non si sconfiggono con il “progresso” tecnologico, ma solo e semplicemente con il progresso umano e con un risveglio interiore ormai non più rinviabile.

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